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L'ABBAZIA DI SAN CLEMENTE A CASAURIA RACCONTATA DALL’ABATE LEONATE

30 Novembre 2025

di Antonio Mezzanotte

Benvenuti, cari lettori e pellegrini della curiosità, a una nuova puntata delle "Interviste impossibili di Mezzanotte". Oggi ci troviamo presso l’abbazia di San Clemente a Casauria, tra le pietre che parlano e i silenzi eloquenti come libri illustrati. E con noi, nientemeno che l’abate Leonate, artefice della rinascita di questa celebre abbazia nel XII secolo.

D: Reverendo Leonate, che onore averla qui! Lei è considerato il rifondatore dell’abbazia di San Clemente a Casauria. Ma chi la fondò per primo?

R: Ah, figliuolo, la storia comincia molto prima di me. Fu l’imperatore Ludovico II, pronipote di Carlo Magno, a fondarla nell’871, come voto fatto durante la sua prigionia nel ducato di Benevento. Inizialmente dedicata alla Santissima Trinità, fu poi intitolata a san Clemente dopo che nell’872 vi si traslarono le sue reliquie da Roma. L’abbazia sorse su un’isola fluviale del Pescara, perlomeno così si dice e si racconta, in un punto strategico tra il ducato di Spoleto e quello di Benevento.

D: I documenti parlano di una insula Piscariae, non è così?

R: Figliuolo, così parrebbe, ma bisogna saper interpretare gli scritti antichi, cerca, leggi e poi ti farai un'idea, che tuttavia mai rappresenterà il vero...

D: E il nome Casauria? Da dove viene?

R: Alcuni dicono derivi da Casa Aurea, casa splendente, per la bellezza del paesaggio. Altri, in verità, da una parola greca, che allude a un postribolo, quando nei tempi pagani quivi era il luogo detto Interpronium. Ma io preferisco pensare che fosse davvero una casa d’oro per lo spirito. E poi, siamo lungo la Via Claudio-Valeria, vicini al Tratturo: qui passavano pastori, pellegrini, eserciti. Un crocevia di anime e storie.

D: Ma la storia non fu sempre gentile con questo luogo.

R: No, tutt’altro. Già tra il 915 e il 920 i saraceni lo saccheggiarono. Poi, nel 1076, il normanno Ugo Malmozzetto lo distrusse. Ma io, con fede e scalpello, volli ridare forma al sogno. Ricostruimmo, scolpimmo, consacrammo. E nel 1176, la chiesa tornò a splendere come faro di spiritualità e arte.

D: La facciata è un poema di pietra. Ce la racconta?

R: Tre portali, tre ingressi come tre inviti: alla fede, alla bellezza, alla storia. Il portale centrale è il mio orgoglio: mostra nella lunetta san Clemente che riceve da me un modello di questa chiesa. Lo volli far scolpire non per vanità, ma per memoria. Che si sappia chi volle e chi fece. Il portale bronzeo è decorato da 72 formelle figurate che raccontano la storia dell’abbazia e i suoi possedimenti.

D: E il portico?

R: Un portico che accoglie e protegge. Tre fornici sorretti da colonne con capitelli istoriati e con figure immaginarie. Ogni figura ha un significato. Il drago a forma di serpente che sussurra nelle orecchie di un uomo simboleggia la calunnia, un uomo ben vestito l'avarizia, un altro uomo che cavalca un toro rappresenta la vittoria del bene sui vizi. È una lezione scolpita nella pietra.

D: Entrando, si resta incantati dal candelabro e dall’ambone.

R: Il candelabro pasquale è una colonna di luce: decorato con tralci, animali e scene bibliche. L’ambone, invece, è l'esaltazione della parola. Scolpito da un artista d'eccezione, frate Giacomo, con rosoni a forte rilievo, tralci e draghi alati, poggia su quattro colonne dai capitelli a foglia di palma. La parola di Dio è forte, non ha bisogno di sostegno, ma l'ascolto si, poiché la volontà è debole. A questi elementi aggiungerei l'altare maggiore, che è costituito da un sarcofago paleocristiano, sormontato da un ciborio risalente al XIV secolo. Il sarcofago è ricco di bassorilievi, come san Pietro tra le guardie, Cristo tra i santi Pietro e Paolo e la rinnegazione di Gesù da parte di Pietro.

D: E l’interno?

R: Tre navate, come tre vie verso il cielo. Un transetto sopraelevato, una sola abside semicircolare. La cripta è accessibile dalle navate laterali. Il pavimento riflette la luce come uno specchio dell’anima, ma le alte finestre accentuano la penombra delle navate. E ogni pietra, ogni arco, ogni capitello è stato pensato per elevare lo spirito.

D: E la statua di san Michele?

R: Ah, san Michele! Il principe delle milizie celesti. La sua statua in bassorilievo scolpita con vigore, si trova all’interno, a vegliare su chi entra. È lì per ricordare che il male può essere vinto, anche quando prende forma umana o si nasconde tra le pieghe della storia. Sulla sinistra è scolpita una nave, simbolo del ruolo di traghettatore di anime attribuito a Michele Arcangelo.

D: Abate Leonate, prima di diventare guida spirituale e architetto della rinascita di Casauria, qual è stato il suo cammino?

R: Eh, figliuol caro, la mia vita è stata un pellegrinaggio tra pietra e spirito. Nacqui nei primi decenni del XII secolo, figlio della nobile stirpe dei conti di Manoppello. Fui oblato giovanissimo a San Clemente, sotto l’abate Oldrio. Ma la mia sete di sapere mi portò lontano: otto anni trascorsi nel monastero di San Giovanni in Venere, e poi a Roma, dove fui suddiacono sotto papa Eugenio III. La mia elezione ad abate, nel 1152, fu tutt’altro che pacifica: il conte Boemondo di Tarsia e persino re Ruggero II si opposero. Ma la Curia romana mi sostenne, perché ero uomo del papa, e nel 1155, tra le tensioni del regno normanno, finalmente presi possesso dell’abbazia. Da lì, cominciò la mia opera di ricostruzione: non solo di pietre, ma di anime.

D: Qual era il ruolo dell’abbazia nella sua epoca?

R: Era centro di fede, sì, ma anche di cultura, di potere, di diplomazia. Avevamo terre, mulini, ponti, un ospedale per i malati, un ricovero per pellegrini, persino un porto sulla costa adriatica. San Clemente era nullius dioecesis: libera da ogni vescovo. Una piccola repubblica dello spirito, incastonata tra le acque e i sentieri.

D: E oggi, cosa direbbe dell’Abruzzo?

R: Terra forte e gentile, come la chiamate voi. Qui il sacro si mescola al selvatico, il silenzio è pieno di voci e ogni valle custodisce un segreto. L’Abruzzo non grida, ma racconta. E chi sa ascoltare, troverà in queste pietre non solo la storia, ma anche se stesso.

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