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LA CHIESA PARROCCHIALE DI SAN BUONO (CH) RACCONTATA DA FERRANTE CARACCIOLO

2 Novembre 2025

di Antonio MEZZANOTTE

Per la serie “Interviste impossibili di Mezzanotte”, oggi ci troviamo a San Buono, in provincia di Chieti, e abbiamo l’onore di conversare con Ferrante Caracciolo di Santobono, Duca di Castel di Sangro, uomo d’arme e di nobilità antica, nato proprio qui il 9 dicembre 1605 e caduto nella rivolta napoletana del 1647. È lui a raccontarci la chiesa parrocchiale del suo paese natale, dedicata a San Lorenzo Martire.

D: Duca, bentornato nel suo paese natìo. Che effetto le fa rivedere San Buono dopo quattro secoli?

R: Un misto di nostalgia e sorpresa. Le strade sono più larghe, le case più alte, ma l’aria è sempre quella: sa di terra, di storia e di testardaggine abruzzese. Mi piace.

D: E questa chiesa di San Lorenzo Martire? La riconosce?

R: Riconoscerla è un parolone. Ai miei tempi non era ancora come la vediamo oggi. Mio nonno, Giovanni Antonio II, il primo Principe di Santobono, aveva da poco ristrutturato l’antica chiesa medievale ampliandola in parte sul sito occupato dal castello, con tanto di torre che dominava la valle. Ora, quella torre — alta quaranta metri, se non erro — è diventata un campanile. E il castello stesso si è trasformato: da roccaforte a luogo di culto, e il limitrofo palazzo Caracciolo, che fu dimora della mia casata, oggi fa da cornice a questa metamorfosi. Un’evoluzione architettonica che ha il sapore della riconciliazione tra potere e fede.

D: L’interno è a croce latina, lungo 29 metri fino al presbiterio, largo quasi 11 metri, con un tiburio centrale alto 21. Impressionato?

R: Impressionato? Io? Figliuolo, si vede che non mi conosci. Ferrante Caracciolo di Santobono non si stupisce mai di nulla. Però, devo ammettere che il gioco di proporzioni è ben riuscito. La facciata leggermente spiovente, quella cornice di archetti ciechi, il rosone e il portale in asse con la profonda strombatura a tutto sesto. Navata unica, basilicale, imponente, pari al prestigio della mia famiglia, di rara luminosità. Il tiburio svetta con eleganza, e quei cassettoni che decrescono verso il centro della cupola sono un tocco scenografico degno di un teatro barocco. Mi sento quasi a casa.

D: Le decorazioni sono opera di Giovanni Fagnani, su disegno dell’ingegner Filoteo Castelli, di Carunchio. Le piacciono?

R: Fagnani e Castelli... nomi nuovi per me, ma con mano sicura. Gli stucchi sono ricchi, ma non ridondanti. Un equilibrio raro. Avrei commissionato qualcosa di simile per il mio palazzo, se non fossi stato troppo occupato a duellare.

D: A proposito, nel 1630 Lei si rifugiò nella chiesa di Sant’Antonio a Napoli dopo un duello finito male...

R: Ah, Adriano Acquaviva. Un uomo troppo sicuro di sé e troppo lento con la spada. Ebbe la peggio, ma io riuscii a salvarmi dall'arresto rifugiandomi in quella chiesa. Ma torniamo a San Buono, che è meglio.

D: La volta è affrescata da Ferdinando Palmerio di Guardiagrele. Ha raffigurato gli Evangelisti nelle vele del tiburio e narrato sulla volta la Natività, la Fuga in Egitto e il Battesimo del Signore. Anche la cripta contiene dipinti di Palmerio, mentre le dorature sono dell'aquilano Antonio Pavone. La lunetta sul portale è stata affrescata di recente dall'artista locale Marco Di Pasquale. Che ne pensa?

R: Palmerio è un buon pennello. I colori sono vivi, le scene ben composte, ritratte con dignità e pathos. Mi ricordano certi sermoni che ascoltavo da ragazzo, quando, da chierico imberbe, ancora credevo che la santità fosse contagiosa. Le dorature sobrie, ma vivaci alla luce, sì da rischiarare la penombra come fiaccole ardenti. E in quanto a questo Di Pasquale, ha talento, non v'è che dire!

D: Nella cripta si conservano le reliquie del martire san Buono. Lo conosceva?

R: Di fama, certo. Seguace di santo Stefano papa. Il fatto che il paese porti il suo nome è già un segno di devozione. E conservarne le reliquie qui è un gesto di radicamento spirituale. Fu il mio pronipote Gregorio a portarvi le Sacre Spoglie dalle catacombe di Priscilla nel 1753.

D: E il suo celebre confronto con Masaniello? Come lo ricorda?

R: Ah, quel pescivendolo in rivolta! Masaniello era fuoco e rabbia, io ero ghiaccio e strategia. Ci scontrammo durante i tumulti del 1647. Lui voleva giustizia, io ordine. Mi ingiunse, a pena della vita, di togliermi il cappello e di baciargli i piedi per omaggiarlo. A me? Non aveva capito chi gli stava di fronte! Alla fine, come spesso accade, la politica inghiottì l’ideale. Ma gli riconosco una cosa: sapeva parlare al popolo. Io, invece, parlavo ai soldati... e ai notai.

D: Signor Duca, però, quando i lazzaroni assalirono il suo palazzo alla Carbonara, Lei si defilò travestito da facchino, non mi par atto di coraggio.

R: Amico caro, salvar la pelle quando il popolo perde il lume della ragione è già esso atto di coraggio. Ma nello scontro di Nola avanzai a passo di carica in testa al mio manipolo di uomini, quello sì che fu atto di coraggio e sprezzo del pericolo.

D: E ci rimise la vita. Ci parli della città di Chieti. È vero che l’ha comprata?

R: Quello fu un colpo da maestro, sì. All’asta, come si fa con i cavalli di razza e per dispregio verso i nobili teatini. Il Re di Spagna aveva bisogno di denaro, e io - che non ero mai a corto di ambizione, né di sonanti ducati - la presi in mio potere. Chieti è stata una delle mie conquiste più ambite. Altro che duelli!

D: Che cosa rimane, oggi, di Ferrante Caracciolo di Santobono?

R: Resta il nome, scolpito tra le pieghe della memoria e pari al leone impresso sul mio scudo, che fece tremare le genti del mio tempo e che sigilla l'acquasantiera di questo tempio, realizzata quando avevo solo 14 anni ed ero destinato a vestir abiti talari. Resta il passo altero della volontà e della superbia, che non tornò, ma echeggia. Resta il silenzio e la magnificità di questa chiesa, ch’è più eloquente delle cronache. Chi vuol sapere chi fui, non cerchi ritratti, ma venga qui. Non ascolti parole: ascolti l’assenza.

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