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MI CHIAMO PIETRO E VENGO DA PREZZA

20 Ottobre 2025

di Antonio MEZZANOTTE

Per la serie "Interviste impossibili di Mezzanotte", oggi è con noi Pietro da Prezza, protonotaro e vicecancelliere, nato a Prezza (AQ) agli inizi del 1200 sec.

D: Salute a Vostra Signoria. Potreste rivelarci il vostro nome e la terra che vi generò?

R: Mi chiamo Pietro e vengo da Prezza, paese peligno che poggia le pietre tra li monti e li saperi. Là imparai lo sillabare, là sentii per la prima volta lo suono della lingua che persuade, prima ancora di conoscere la giustizia.

D: Di che vi siete occupato in vita vostra?

R: Fui protonotaro, ossia primo notaio del Regno, e dictatore — non nel senso d’un tiranno, ma di scrittore di dictamina ovvero, come dite voi moderni, di lettere diplomatiche, di atti amministrativi et epistole. Servii Federico II, Corrado IV, et infine lo sventurato Corradino, che mi volle vicecancelliere de lo Regno nostro. Tra carte, sigilli e dispute, cercai di vestire la verità con lo manto della parola elegante.

D: Qual è l'opera vostra che ancor si ricorda?

R: La Adhortatio - che nella favella del volgo vuol dire esortazione, scritta in furore e pietà dopo lo scempio credele et ferocissimo che fu fatto a Corradino. Vi si legge: “Discende Carlo d’Angiò da Carlo Magno come lo cuculo discende dall’aquila.” Non fu epistola, fu freccia scagliata contro lo trono dell’ingiustizia.

D: Componeste questa invettiva per conto di chi?

R: La scrissi per lo marchese Enrico di Meissen, lo cui nipote Federico discendeva anche da Margherita, figlia dell'imperatore Federico II, affinché la memoria di Corradino non si dissolvesse come polvere al vento. Volli che il sangue versato avesse voce, ché lo silenzio è padre della dimenticanza.

D: È vero che foste prigioniero?

R: Sì, nel 1248 fui preso a Parma, quando li Comuni lombardi vinsero il buon Federico. Mio padre, uomo di cuore saldo, si offrì in cambio e là morì. Io rimasi con l’anima affranta e la mente sveglia: nella prigionia chiesi libri, non pane — ché lo spirito ha fame che niun fornaio placa.

D: Dove portaste in seguito il vostro insegnamento?

R: Dopo la rovina del mio principe, andai fuggiasco per le lande nordiche, peregrinai tra Pavia, Piacenza, Praga e imparai come sa di sale lo pane altrui. In ogni loco, però, tenni scuola di scrittura, dove mostrai che una lettera ben detta può più che mille spade. Tra li miei scolari vi fu Enrico da Isernia, che portò la mia ars dictandi oltre li monti alpini.

D: Che pensiero avete del regno angioino?

R: Lo regno di Carlo fu fondato più su lo ferro che su la legge. Chi regna senza giustizia crea ribellioni: i Vespri Siciliani ne furono lo risveglio. Se il potere non ascolta lo giusto, allora 'l popolo grida.

D: E qual è il vostro lascito per li posteri?

R: Le mie parole ancor si leggono, non per vanità, ma perché mostrano che la lingua è lama, taglia l’errore e difende la verità. Se i giovani imparano a scrivere col cuore e la ragione, nessun tiranno potrà legare li loro pensieri. La ragione distingue l'homini dalle bestie e la ragione viene conquistata dalla parola, ch'è scienza di pensiero: entrambe nobilitano l'homo, non la spada nè la nascita.

D: E che giudizio date dell’Abruzzo moderno, Voi che nasceste in loco sì alto e antico?

R: Terra mia benedetta, l’Abruzzo ha lo profumo del grano et lo silenzio che educa. Ma vedo oggi troppa fretta e poco ascolto: lo giovane corre dietro a lo miraggio, lo vecchio si scorda delle montagne. Se l’Abruzzo ricorderà d’essere patria di mente e parola, tornerà ad esser guida e non solo paesaggio.

D: Vi ringraziamo, messere, per l’alto insegnamento e l’anima che ci avete mostrato.

R: Et io ringrazio voi, ché nel darmi voce, avete ridato respiro a tempi passati. Se una mia frase giungerà al cuore di chi legge, allor non fui mai morto.

(Accompagna questa intervista impossibile la foto di una pagina della Adhortatio)

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