
di Antonio Mezzanotte

Per la serie "Interviste impossibili' oggi abbiamo con noi Messer Jacopo Caldora (1369 - 1439), Gran Connestabile del Regno di Napoli, duca di Andria e di Bari, marchese del Vasto, conte di Monteodorisio, Pacentro, Palena, barone e signore di altre cento città e castelli.
D: Illustrissimo Signore, volete voi narrarci delle vostre origini?
R: Fui generato in Castel de lo Giudice, allo confine tra l'Abruzzo Citeriore e lo Contado del Molise, appress’a lo finire del secolo decimoquarto. Ma l’aspra contrada de li Abruzzi forgiò la mia virtù: ivi m’appresi alla disciplina de l’arme e a lo silenzio de la montagna. Mio padre Giovanni Antonio e lo mio avo Raimondo erano già homini di guerra; io volli farme signore di battaglie, non già semplice soldato.
D: Come giungeste a esser tra i maggiori baroni del Regno e tra i più grandi condottieri d'Italia?
R: Per lo ferro e per lo senno. A li tempi nostri, la fedeltà era fragile cosa, onde chi ben voleva mantenersi, dovea mutar vessillo secondo bisogno. Servii la casa de Durazzo, indi li Angioini di Valois, poscia Alfonso d’Aragona. Ma sempre volli lo utile delli miei feudi e de l’Abruzzo. Tenni Vasto, Ortona, Palena, Pacentro, Sulmona, Celano, Popoli, Città Sant'Angelo, Penne, Rosciano e molte terre ancora, e lo re stesso stimò la mia lealtà… o forse temette la mia forza.
D: A chi vi biasima per mutar parte in guerra che cosa rispondete?
R: Risponderei così: "meglio lo ramo che si china che ‘l tronco che si spezza". La costanza non sta nel servir un solo, ma nel mantener l’onore tra lo mutar de’ venti. Mai fui spergiuro, né vile: io difesi la mia terra come si difende un castello sotto assedio.
D: Insomma, tra voltafaccia e tradimenti, avete conquistato uno Stato.
R: Bada a come parli, figliuolo. Non volli chiamarmi nè principe, nè duca pur possedendo quasi la maggior parte degli Abruzzi, del contado di Molise, di Capitanata e di Terra di Bari, con molte nobilissime città, ma mi parea che chiamandomi Jacopo Caldora superassi ogni titolo.
D: Parlateci della vostra rivalità con lo Sforza.
R: Muzio Attendolo, eh! Fiero omo, nato da vil loco ma asceso in alto. Lo stimavo, benché spesso fummo in contrapposto. Perì nello fiume della Pescara per salvare un suo milite da sicuro annegamento! Ma insieme a suo figlio Francesco guerreggiai all'Aquila e se la città resisté, molto fu per mia sapienza e provvidenza. Fu pugna d’ingegno, non solo di spade.
D: Signore, non possiamo omettere il nome d’un altro gran condottiero: che pensate voi di Braccio da Montone?
R: Braccio... sì, lo chiamavan Fortebraccio, e tale era. Nato in Umbria, fu mio maestro in gioventù e da lui appresi l’arte de lo combattere col cervello ancor prima che col ferro. Ma divenuto io pari in dignità e in forza, la sorte ci volle nemici. Ne la guerra dell'Aquila mi fu opposto e sebbene degno d’ogni rispetto, io lo vinsi. Morì non per mia mano, ma sotto la stella che già volgea al tramonto. Che la sua memoria sia onorata, ché fu leone tra gli uomini.
D: Che vi parrebbe del mondo presente, ove più non si porta l’elmo né si teme Dio?
R: Mi par mondo strano, ove la penna è più temuta che la lancia e l’onore vien barattato per poco oro. Ma chi ancora difende li suoi con cuore saldo e parole giuste, a costui darei la mia benedizione.
D: E l’Abruzzo di oggi?
R: Sempre forte, sempre vero… ma spesso dimenticato. A lo mio tempo fu culla de santi e guerrieri; oggi detta terra la veggo un poco sopita. Ma sotto quella quiete sta forza antica. Basta uno squillo e si ridesta.
D: Messer Caldora, che parola lascereste ai giovani abruzzesi?
R: Dico lor: l'armi vostre siano lo sapere, la fatica onesta e 'l cuor fiero. Dicta terra contien più dignità che mille scranni senatorii. Rizzate lo capo, ché l’Abruzzo non fu mai terra di servi.
D: Vi ringraziamo, Eccellentissimo.
R: Et io vi rendo gratia, ché mi deste voce tra le pietre che serban la mia memoria. Ma or mi torno a lo silenzio delli antichi… onde però si veggano ancor li miei passi, là dove l’erba cresce sopra lo ferro antico.
(Accompagna questa intervista il presunto ritratto di Jacopo Caldora nel disegno a punta d'argento su carta preparata, realizzato da Leonardo da Vinci tra il 1475 e il 1480, oggi conservato al British Museum di Londra)
















