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L'ABBAZIA DI SAN BARTOLOMEO A CARPINETO DELLA NORA (PE) RACCONTATA DAL CARDINALE FEDERICO BORROMEO

25 Agosto 2025

di Antonio Mezzanotte.

Benvenuti ai lettori di questa nuova "Intervista impossibile". Oggi 24 agosto, memoria liturgica di san Bartolomeo apostolo, è nostro gradito ospite Sua Eminenza il Cardinale Federico Borromeo, che ci parlerà dell'abbazia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora (PE).

D: Eminenza Reverendissima, poiché Vostra Signoria fu abate commendatario della celebre Abbazia cistercense di Santa Maria di Casanova dal 1586 sino al 1631, avrà di certo una conoscenza non pur libraria, ma diretta e cordiale della consorella San Bartolomeo in Carpineto della Nora, aggregata a Casanova sin dal 1258. Che può dirci di tal luogo?

R: È come parlar di sangue spirituale. L’Abbazia di San Bartolomeo, fondata nell’anno del Signore 962 dal conte Berardo di Penne, è pietra vivente della fede. Collocata alle pendici del Gran Sasso, tra le solitudini austere di Carpineto, fu per secoli rifugio d’orazione e cultura. Il Chronicon, composto dal monaco Alessandro, narra le sue vicende sino al 1193 con gravezza e dolcezza insieme. L’ho consultato più volte, ché ogni riga di esso vale più d’una predica.

D: Quale episodio le parve più memorabile in quella narrazione?

R: L’anno 1066 portò dolore: Berardo, nipote del fondatore, usurpò il monastero e ne scacciò i religiosi. Ma il normanno Ugo Malmozzetto con mano ferma redense il luogo. Commozione destò anche la venuta del braccio di San Bartolomeo, una sacra reliquia ricevuta con solennità da vescovi convenuti da Teate, Valva, Penne, Marsica e Apruzio. Quel giorno, i cieli sembravano aprirsi.

D: Eminenza, vorrebbe descrivere la chiesa abbaziale a chi non l’ha mai veduta.

R: Con piacere. Sorge su dosso roccioso presso lo fiume Nora, come sentinella dello spirito dinnanzi all’anfiteatro delle montagne di Pietrarossa e del Voltigno. La facciata, del XII secolo, è sobria e nobile. Precede il portale, dalla cornice sì decorata, un portico a due arcate disposte in guisa asimmetrica, imperfetta come l’uomo ma perfetta per Dio.

Sul fianco sinistro s’innalza un torrione quadrato, antico campanile o torre di guardia, oggi mutilato ma sempre maestoso. Sopra l’arco trionfale della navata centrale si eleva un campanile a vela, che geme e parla quando l’aria si muove.

Dentro, tre navate si aprono sotto arcate poggiate su pilastri saldi. Il transetto rialzato accoglie il presbiterio, che riceve luce da monofore ornate da colonnine tortili e da archivolti scolpiti con stelle, torciglioni, palmette e fiori: un orto celeste fatto pietra.

L’altare maggiore, poggiato su quattro colonnine del X secolo, mostra capitelli scolpiti con figure di bestie, tra le quali una capra che bruca, simbolo di laboriosità e prosperità. Una scala sul lato sinistro conduce alla cripta, tripartita e triabsidata, ove ogni passo rimbomba come preghiera. Accanto si trova un vano voltato a botte, forse antica sacrestia.

All’esterno, sulla destra, si vedono ruderi degli ambienti monastici, un tempo sepolti sotto terra, ora riaffioranti come memoria che rifiuta l’oblio.

D: Quale sorte patì l’Abbazia nei secoli più tardi?

R: Dopo il fulgore medievale, languì sotto commenda e negligenza. Fu aggregata a Casanova nel 1258, e quando mi fu affidata la commenda nel 1586, ne assunsi anche la cura spirituale indiretta. Fino al 1631 lavorai per sanar debiti, restaurar edifici, ridare dignità. Ché ogni rovina merita redenzione.

D: Eminenza, al Museo di Arte Sacra della Marsica, nel Castello di Celano, ho trovato una statua di San Bartolomeo proveniente proprio da qui, da questa abbazia di Carpineto della Nora. Che ne pensa?

R: Giusta osservazione, figliuolo! È una statua lignea del 1300, alta più di due metri e di artista ancora sconosciuto, da tempo rimossa dall'abbazia e conservata dapprima al Castello dell'Aquila e dopo il tremuoto del 2009 in quel di Celano. Penso che se ne dovrebbe far almeno una copia da tener in chiesa, se proprio riportarla qui non si conviene per la sua sicurezza. L'opera d'arte è parte della coscienza collettiva di questo luogo, non si disperda nell'oblio ciò che la devozione dei padri ha compiuto.

D: Vostra Eminenza mi perdonerà se chiedo altro, ma non capita tutti i giorni di aver con noi un personaggio di tal levatura. Alessandro Manzoni la ritrasse con giusta luce ne’ Promessi Sposi. Vi si riconosce?

R: L’amabile Alessandro, che ho conosciuto tra i cieli, colse il mio spirito più che il mio volto. Il mio operato durante la peste del 1630 è narrato con pietà e verità. Se la mia vita fu lume per altri, ne rendo grazie al Signore.

D: Eminenza, oltre al suo operato durante la peste, Manzoni la ritrae anche nel momento della conversione dell’Innominato. Che ricordo serba di quell’incontro?

R: Ah, quel giorno fu come un’alba dopo lunga notte. L’Innominato, uomo temuto e avvolto da tenebre, giunse a me stravolto, l’animo in tumulto. Non parlava, ma il suo silenzio gridava. Io lo accolsi con le braccia aperte, ché non si converte con rimprovero, ma con misericordia. Gli dissi: “Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete?” E in quel momento, il suo volto si fece intento, poi commosso, e infine rigato da lacrime che non conosceva più dalla fanciullezza.

D: Fu quello il segno della Provvidenza?

R: Senza dubbio. La conversione dell’Innominato non fu solo redenzione personale, ma dimostrazione che nessuno è troppo lontano dalla grazia. Manzoni lo comprese bene e ne fece uno dei vertici morali del suo romanzo. Io fui solo strumento: fu Dio a toccare quel cuore.

D: Vostra Eminenza, un'ultima domanda: se chiamato al ritiro e alla contemplazione, sceglierebbe San Bartolomeo a Carpineto della Nora?

R: Senza indugio. Tra queste pietre benedette e ombre silenziose, ove ogni suono par orazione e ogni crepa è via verso l’eterno, il cuore si avvicina a Dio come foglia all’albero che la nutre e sostiene.

D: Grazie, Eminenza.

R: Che Dio vi benedica!

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