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«Beat’a tté, lu Signo’, tu ti ni frìche»

26 Luglio 2025

Mario NARDICCHIA *

Un gruppo di germanisti italiani di fine novecento -con in testa il mio amico Marino Freschi, collega studente al Curso de Férias di Lingua e Cultura portoghese alla prestigiosa e storica Università di Coimbra (Portogallo) nell'estate del 1964- organizzò un simposio su: “Storia e scienza della Letteratura” i cui Atti sono stati pubblicati sul volume “Quaderni del Convegno” -novembre 1970 – Cremona - distribuito da La Nuova Italia Editrice di Firenze. Tra i relatori, il compianto Cesare Cases con la propria lectio “Arte e Letteratura tra le due guerre”.

Cases, a proposito di Gabriele d'Annunzio dopo la battaglia e la disfatta dell'Esercito Italiano a Caporetto (24 ottobre 19 novembre 1917), così si esprime : «si racconta che, essendo egli andato a rafforzare con un discorso sui “destini della stirpe” -certo assai ben tornito, una vera opera d'arte- il morale pericolante di un battaglione di abruzzesi suoi conterranei, uno di costoro, un povero fante male in arnese, provato dalla guerra, gli si avvicinasse dopo il discorso e, traendone il succo a modo suo (che era poi quello giusto) gli dicesse quasi per congratularsi: “Bbeate a tté lu Signo', tu ti ni frìche!”».

Probabilmente non conosceremo mai il nome e le generalità di questo soldato abruzzese, arruolato in un battaglione di militi abruzzesi impegnati in azioni belliche sul fronte del Carso durante la Grande Guerra, che pronunciò la frase poco nota ma emblematica di un dibattito acceso sull’utilità della letteratura nel mondo reale e nella vita quotidiana. Ma mettiamoci nei panni del “vate” , impegnato negli ideali e nella pratica della 'bellezza', dell'arte, dell'oratoria che avevano permeato tutta la propria esistenza. Continua Cesare Cases: «Chissà che persino l'Imaginifico non abbia allora avvertito quella coscienza dell'incompatibilità tra arte e realtà, o tra cultura in generale e realtà, che ancor oggi più che mai ci travaglia».

La pubblicazione del volume descritto sopra prende spunto, filosoficamente, dalla traduzione, da parte di Marino Freschi, dello scritto del pensatore, filosofo, critico, scrittore berlinese Walter Benjamin (1892-1940): “Literaturgeschkte und Literaturunssenschaft” apparso nella Literaturischte Welt del 17 aprile 1931, ripubblicato a Francoforte sul Meno nel 1966.

A noi qui interessa registrare l'espressione dialettale abruzzese di seconda persona “ti ni frìche” pronunciata da un soldato semplice della nostra regione nel 1917 come chiosa al discorso del “vate”, poi ripresa e fatta propria, in prima persona: “me ne frego” dallo stesso D'Annunzio.

Così è, se vi pare...!

* FONTE: Mario NARDICCHIA (1941-2021) facebook.com/mario.nardicchia.7

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