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Documenti. Le origini della famiglia "Forcella Baroni di Silvi"

di Paride Mariotti

Di origini albanesi giunsero sulla sponda occidentale dell'Adriatico con l'invasione turca nella seconda metà del XV secolo. Legati ai Duchi Acquaviva stabilirono la loro dimora ad Atri dove oltre al Palazzo baronale avevano la Cappella di patronato nella Chiesa di San Giovanni.

Nel 1600 Giuseppe Forcella fu inserito tra le famiglie patrizie del napoletano assumendo il titolo di Barone di Silvi. Il baronato passò per diritto al figlio primogenito Ascanio Forcella che dal suo palazzo di Atri il 29 dicembre 1606 scriveva questa lettera all'Arciprete e Canonici di Città Sant'Angelo per far valere i suoi diritti sopra delle terre.

"Ho inteso da Ser Gianvincenzo che le Signorie Vostre vogliono comandarmi.Ho risposto a Ser Gianvincenzo quello che ho saputo ed è accaduto intorno alle partizioni che comandavano.Capiranno il tutto da Nostro Signore per non allungarmi e farmi ascoltare da loro ".

Nel 1701 il Barone Domenico Forcella lasciò la sua residenza di Atri per sistemarsi nella loggia del feudo di Silvi.Da questo momento inizia un interminabile scontro legale contro la città di Atri per il possesso del Castello di Silvi. Nello stesso periodo un altro ramo della famiglia spostò i propri interessi nel territorio vestino andando a vivere nella città di Penne.Qui nella metà del 1700 il Barone Giacinto Abbati (1723-1764) sposò la baronessa Anna Felice Forcella,questo legame proseguì con il matrimonio nel 1819 della loro nipote Enrichetta con Filippo Forcella (1798-1855) figlio di Gregorio e Maria Ferranti.

Lo spirito guerriero che ha sempre contraddistinto i Forcella sarà tramandato anche al barone Filippo il quale nei giorni 23 e 24 luglio 1837 insieme a Domenico De Cesaris e Raffaele Castiglione furono i promotori e capi della rivolta di Penne contro il Governo Borbonico. A loro carico erano stati messi ordini di arresto e procedimento di rigore,ma fortunatamente riuscirono a fuggire e rifugiarsi in Francia. Non furono così fortunati gli altri 99 individui che vennero processati dalla Gran Corte di Teramo e per 8 di loro fu eseguita la condanna a morte.

Anche la città di Penne venne punita, perdette la Sottintendenza,la tesoreria distrettuale e il giudicato Regio che furono trasferiti a Città Sant'Angelo.

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