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LA POESIA COME ASCOLTO

Dal volume miscellaneo per il Premio Nazionale Lettere, Arte e Scienze - XXVedizione Selezione di Poesia "G. Porto" dicembre 2024.

Marco TABELLIONE

Tutti conoscono la condanna di Platone riguardo la poesia e l'arte, condanna contenuta nei libri finali della Repubblica, opera che arriva a considerare l'aspetto negativo sia dell'arte sia della poesia a causa del loro carattere imitativo. 

Nella filosofia di Platone il mondo è una imitazione delle idee, che sono situate nell'iperuranio vale a dire in una zona trascendente rispetto alla realtà delle cose; perciò la poesia e l'arte quando si pongono come imitazione della realtà, si trasformano in una imitazione dell'imitazione, perdendo valore, anzi finiscono per essere di impaccio alla normale evoluzione civile della popolazione.

Non per niente la condanna è situata all'interno dell'opera politica di Platone, appunto la Repubblica, dove attraverso le parole di Socrate, il grande filosofo greco suo discepolo giunge a ipotizzare uno Stato più o meno perfetto, uno Stato ideale appunto. In questa ipotesi di Stato non trovano posto, secondo le parole di Socrate, la poesia e in generale l’arte, non solo perché sono imitative, ma anche perché giungono a distrarre in maniera negativa il giusto operare degli uomini.

La poesia, ad esempio, ponendosi come creazione di illusioni oppure come strumento di consolazione, porta gli uomini ad allontanarsi dal campo dell'azione, che è un campo importante da un punto di vista politico. Platone fa l'esempio di un funerale: in questo contesto la poesia porterebbe le persone a indugiare sul dolore, sull'autocommiserazione, sul pianto, e a non reagire.

Questa è una condizione esecrabile secondo il filosofo, appunto perché riduce o annulla l’apporto effettivo e creativo degli individui. Molti però non ricordano che in un'altra opera, il Fedro, la posizione di Platone riguardo alla poesia risulta essere diversa, se non opposta. Infatti nel Fedro Platone elenca quattro manie, che potremmo tradurre meglio con il termine di follie, di cui una è Eros, e siamo in effetti in una parte del Fedro che è dedicato a questo tema, centrale anche in altre opere di Platone.

Le altre manie sarebbero inoltre la divinazione, cioè la capacità profetica, poi la capacità di preghiera e di contatto con gli dei, e terza in ordine di importanza appunto la poesia, mentre quarto è elencato Eros che, secondo Platone, è la mania più importante.

Le considerazioni che Platone fa sulla mania sono positive non sono negative; infatti lui ammette che se il buon senso ci porta ad agire in maniera utile e remunerativa, però è anche vero che ciò che ci rende felici è appunto la mania cioè la follia; e questa è l'idea, come tutti sanno, che verrà poi ripresa anche da Erasmo da Rotterdam nel celebre Elogio della follia.

Tuttavia Platone, giungendo a salvare e a esaltare la poesia nella forma della mania, dopo aver invece condannato la poesia come imitazione della realtà, ha di fatto creato una esposizione di poetica. Intanto ci dice che la vera arte, l'arte che porta gli uomini a innalzarsi, non è realistica, è invece elevazione divina, come poi sosterrà anche alla fine del Fedro, mediante il famoso mito della biga alata con cui sancisce l’origine trascendente dell’anima.

In secondo luogo arriva a ritenere come scopo della poesia l’attenzione esclusiva all'ispirazione interiore, considerata alla stregua di una fascinazione maniacale, cioè folle, irrazionale o comunque interiore all'essere umano. In ogni caso siamo lontani dalla evenienza di utilizzare lo strumento della ragione per rappresentare artisticamente la realtà.

Platone, quindi, sembra anticipare un'idea che poi tornerà con Heidegger, il quale occupandosi di poesia preferisce utilizzare come termine di riferimento non quello di derivazione greca poesia, originata da poiesis che vuol dire creare o fare, ma il termine di derivazione latina dictung, che sta per dettato e dunque ascolto.  E sappiamo che anche Dante in un canto del Purgatorio, quando incontra il poeta Bonaggiunta Orbicciani, gli confessa di seguire per la pratica poetica un dettato interiore.

In poche parole ci troviamo di fronte a un'ipotesi di poesia che supera l’idea semplice di rappresentazione razionale della realtà, per porsi come ascolto del linguaggio interiore, come ascolto di un dettato interiore, che però rimanda ad una dimensione che non appartiene al singolo. Una simile visione è stata confermata da molti poeti successivi al simbolismo, corrente che sembra aver ripreso in maniera completa questa originaria idea platonica, e tra questi poeti non si può non citare Rimbaud, il quale affermava: “Io non penso ma sono pensato”.

Quali sono le conseguenze estetiche di un simile modo di concepire l’origine dell’urgenza poetica? E’presto detto. La poesia non deve porsi come scopo precipuo la rappresentazione della realtà cosiddetta oggettiva, o il diletto del pubblico, né tantomeno una necessità di commercializzazione.

La poesia ha solo il compito di trascrivere il dettato interiore, senza nessuna preoccupazione di carattere morale, politico, sociale, commerciale e persino estetico. Un’idea di poesia pura, dunque, che non per niente combacia perfettamente con l'immagine che della poesia daranno i poeti ermetici, soprattutto quelli operanti tra le due guerre, come Mario Luzi e anche il loro critico più importante, cioè Carlo Bo.

Gli ermetici, infatti, parlavano di poesia assoluta, nel senso di poesia sciolta, poesia libera, cioè poesia pura capace di ispirarsi al linguaggio puro esistente nell'essere umano. Si tratta di un'attività importantissima, anche alla luce di quelle teorie che pongono la poesia alle origini dello sviluppo culturale e civile; quali quelle, ad esempio, di Giambattista Vico, il quale nella sua opera La Scienza nuova, cerca di dimostrare come il linguaggio nasca proprio nella forma poetica.

Secondo Vico, infatti, il linguaggio comincia a sorgere in origine grazie alle creazioni simboliche dei primi autori, impegnati a rappresentare la realtà mediante analogie foniche, visive e quant’altro. Primissimi autori ai quali dobbiamo il sistema metaforico del linguaggio; autori anonimi che non per niente Pascoli, alla fine del saggio Il fanciullino, esalta, contro i poeti che invece tendono a commercializzare la loro biografia e la loro condizione carismatica. 

La poesia che, dunque, si fa ascolto è una poesia capace di cogliere   non tanto l'interiorità del singolo poeta, ma una dimensione soggettiva che si è collettivizzata, cioè che ha acquisito un significato collettivo, il che ricorda evidentemente l’inconscio collettivo di Jung. Inconscio collettivo nel quale galleggia, se possiamo dir così, il linguaggio, qualità poliedrica che permette agli uomini non solo di comunicare, ma anche di esprimersi e addirittura di conoscere.

Così la poesia pura che sembra relegata in un isolamento elitario, in realtà, attraverso l’opera di ascolto del linguaggio collettivo che danza nella mente del poeta, riesce ogni volta a ricreare e a ribadire quella forza incredibile che è la creazione linguistica dell'uomo e la sua verve verbale. Tanto che non possiamo considerare un caso il fatto che San Giovanni faccia iniziare il suo Vangelo con la frase “In principio era il verbo” e nella Genesi Dio crea parlando. Riferimenti mitici che spiegano la priorità sia del linguaggio sia della poesia.

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