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LA POESIA COME REINCARNAZIONE NELL’OPERA POETICA DI BENITO SABLONE

Dante MARIANACCI.

Dal volume miscellaneo per il Premio Nazionale Lettere, Arte e Scienze - XXVedizione Selezione di Poesia "G. Porto" dicembre 2024.

Anche quest’anno il mio contributo al volume miscellaneo per il Premio Pianella si concentra su Benito Sablone, un poeta importante del secondo Novecento, ispiratore e organizzatore del Rosone d’oro per qualche decennio. Ripropongo qui di seguito una approfondita intervista che realizzammo all’indomani dell’uscita della raccolta La ruota inchiodata, uno dei libri più interessanti della sua ricca produzione poetica. Mi sembra una intervista di grande attualità, anche per i temi che vengono affrontati.

LA POESIA COME REINCARNAZIONE NELL’OPERA POETICA DI BENITO SABLONE

È in libreria una nuova raccolta poetica di Benito Sablone, La ruota inchiodata (Bastogi Editore), che sintetizza tutta la sua produzione degli ultimi dieci anni.  Incontriamo Sablone per parlare del suo libro e per approfondire alcuni aspetti dell’attuale condizione della poesia in Italia.

Ci sono molti nuovi poeti oggi in Italia, o comunque, tante persone che scrivono versi, e si dice che ci siano buoni poeti.  Eppure, a livello editoriale, la nuova poesia non va.  Se si vendono mille copie dei poeti nuovi, anche dei migliori, è già un successo.  Dunque, da una parte si parla di boom della poesia (e le numerose iniziative che a favore della poesia si vanno prendendo ne sono una chiara dimostrazione), quando non addirittura la poesia di massa; dall’altra, invece, continua quella che si può definire come una crisi editoriale cronica.   A che cosa si deve, secondo te, questa apparente contraddizione?

La poesia ha sempre avuto un mercato molto ristretto e le ragioni mi sembrano anche abbastanza chiare.  Non si può’ pretendere che ci sia un pubblico vasto – perché’ un pubblico c’è – che si interessi al verso nuovo, al poeta che intraprende un discorso, che cerca di segnare il percorso del proprio tempo, della propria contemporaneità.

         Il romanzo, per quanto problematico, per quanto sbatta in faccia alla gente, ai lettori, cose gradevoli e sgradevoli, è sempre in presa diretta con l’uomo, perché la prosa è più facile.  Dico facile tra virgolette, in quanto è diffusa l’idea, molto diffusa, e questo è anche un equivoco che il romanzo sia più’ accessibile.  Noi sappiamo invece che qualunque cosa può essere letta a diversi livelli, ma c’è un livello, quello più’ superficiale, a cui la moltitudine si accosta.

         Per la poesia il problema è inverso.  Sì, esistono molti livelli, ma già il primo è abbastanza profondo, e quindi il lettore, nel momento in cui inizia a sfogliare un libro di versi, si trova calato fino al collo in una dimensione che non è quella che lui sceglie, ma quella che il poeta impone, mentre invece può uscire dalla situazione che il romanziere cerca di imporre.

Fino a che punto si può allora parlare di boom della poesia oggi?

Boom della poesia forse per la quantità di volumi di versi che vengono stampati, che vengono divulgati amichevolmente e che circolano tra conoscenti ed amici, solo in questo senso.  Poi la cerchia di esperti, di quelli, cioè, che hanno la capacità della immersione totale nel testo poetico, rimane una cerchia molto ristretta.  Questo però non è un fatto solo di oggi, è accaduto in ogni tempo.

         Non credo comunque che questa condizione sia un motivo di rammarico per il poeta, o perlomeno non dovrebbe essere tale, perché già nel momento in cui uno decide di esprimersi attraverso la poesia sa, o dovrebbe sapere, che la via da percorrere è quella più’ solitaria, quella più difficile.  Quindi non è una sorpresa per lui di trovarsi piuttosto solo e, procedendo in avanti, sempre più’ solo.

Il tuo libro s’intitola La ruota inchiodata.  La ruota, si sa, è stata inventata per muoversi, ma nel tuo caso è inchiodata.  Cosa può significare?  Che il tempo si è fermato?  Che la contemporaneità’ attraversa un momento di crisi e di stasi?  Oppure c’è un qualche riferimento, nella varietà’ e moltitudine dei simboli a cui la ruota rimanda, che non riusciamo a cogliere?

Il mio libro, come tu sai, è un libro simbolico, e simbolica è pure la mia poesia, cioè, rimanda sempre ed ulteriormente ad altri significati.  Se uno volesse avere la pazienza di rintracciare, anche graficamente, il simbolo della ruota, inizierebbe dal simbolo solare, dalla spirale, dal labirinto e così via.  Però il simbolo solare della circonferenza col puntino al centro, della spirale che ritorna sempre su se stessa, del labirinto che non ha inizio e fine, di tutto questo movimento apparente insomma, che ritorna come tale sempre a ripetersi, queste cose ci inducono alla medesima conclusione, e cioè che movimento e stasi ad un certo punto coincidono.  Non c’è una cosa che si muove quando tutte le cose si ripetono.  La ruota, quando ha raggiunto il massimo, o comunque ha raggiunto un’alta velocità, dà anche la sensazione della immobilità.  Voglio dire che il frammento di infinito che è la vita, paragonato all’infinito stesso, per quanto agisca non fa nessun movimento, perché’ non ha termini di paragone misurabili.

Mi pare tu introduca, con questo discorso, uno dei temi fondamentali del tuo libro, quello cioè del rapporto tra realtà e irrealtà, tra mondo terreno e aldilà, tra finito e infinito.  La ruota inchiodata è ricca di monologhi: è già un segnale del modo di porti di fronte a questo problema?

Non vorrei dare l’impressione di essere il teorico di me stesso, ma voglio dire che nella ricerca, dal punto di vista del finito, che è il punto di vista che io incarno come uomo, non posso pretendere di abbracciare l’infinito, o di proiettarmi fino a percepire la eventuale realtà che si nasconde nell’ignoto.  Però la spinta interiore verso questo luogo utopico, che poi è, proprio secondo il significato della stessa utopia, un non luogo, che esiste e non esiste, la spinta è forte a tentare questa scalata, a tentare questa percezione.

         Non nego però che la mia natura mi porta a muoversi in questo senso, a tentare di illuminarmi per quanto possibile di questa oscura luce.  Forse l’immagine può rendere meglio la mia situazione mentale.  Ma ogni volta da questi tentativi io esco sconfitto, e allo stesso tempo arricchito.  Sconfitto, perché il fine ultimo che ha mosso la mia ambizione non è stato raggiunto; arricchito perché si è accresciuto in me il dubbio, che è una forza poderosa e che non avrebbe senso ad esistere se in quel momento io non avessi realmente percepito i confini stessi delle mie possibilità.

         Allora io credo che il tentativo che l’uomo deve fare sia quello di esprimersi fino al limite delle proprie possibilità.  Razionalmente non gli si può chiedere di più.  Solo attraverso la fede gli si può chiedere una accettazione di cose, di idee, di concetti, ma su questo il discorso si farebbe veramente terribile.

Comunque, oggi come oggi, io non sono in questa condizione, che giudico minore, anche se ho un grande rispetto per coloro che con estremo candore e con estrema semplicità risolvono i loro problemi con la fede.  Mi viene sempre il dubbio che sia un modo di tranquillizzarsi e di voler ancorare la propria barca in un luogo sicuro.  Il dubbio è un luogo di tempesta, ma è ancora un luogo di vita.

In questa tempesta, in questo dubbio metafisico, che pervade tutto il tuo libro, ad un certo punto s’insinua l’ombra di una certezza, o di qualcosa che al poeta sembra una certezza.  In un poemetto, La visita dello straniero, tu racconti una strana vicenda, un caso di metemsomatosi …

Nella storia dell’uomo, e in quella particolare storia dell’uomo che io indago di più, che è quella letteraria, quella delle idee, vi sono grandi autori che hanno tracciato le direttive per i percorsi del futuro.  Poi appaiono elenchi di nomi, di opere che sono perdute negli archivi o che ogni tanto vengono rispolverate da pochi esploratori.  Nomi ed opere che appartengono alla forma erudita della conoscenza, cioè ad una conoscenza riservata, segreta quasi.  Nessuno però ritiene che vi possano essere state delle intuizioni e delle percezioni molto più vicine alla verità, se non proprio la soluzione del problema fondamentale dell’uomo che è quello della sua esistenza, che vengono proprio dalle opere di questi autori sconosciuti o quasi.

         Io sostengo che, se è vero che la verità ama nascondersi, noi dobbiamo cercarla nei luoghi umanamente meno probabili.  Quindi la mia indagine per scoprire qualcosa di più di me stesso è rivolta proprio a questo tipo di letteratura, a questo genere di autori dimenticati, ma che forse più di qualche altro sono riusciti a dire una parola che può incidere positivamente sulla nostra esistenza e darci una spinta che ci ponga qualche passo più in là della conoscenza comune. A proposito del poemetto La visita dello straniero io cerco di ripercorrere una vicenda d’arte e di vita connessa alla figura di Alessandro Guidi, nato a Pavia nel 1650 e morto a Frascati nel 1712 o 13 (c’è qualche incertezza su questa data).

Poeta poco noto, indubbiamente, se non per aver scritto un Inno alla Fortuna a cui pare si sia ispirato l’Alfieri per alcune sue idee e nominato anche, mi pare, dal Leopardi in un momento di indignazione per il fatto che è stato sepolto accanto alla tomba del Tasso, nella Chiesa di Sant’Onofrio a Roma.  Poeta grandissimo al suo tempo, onorato e osannato, tuttavia scomparso dalle storie della nostra letteratura.

Bene, mi sembra che Alessandro Guidi (ma anche altri come lui) non sia rimasto fermo al suo secolo e che possa essere ancora tra noi per continuare, magari in altra chiave, il suo discorso perché’ il programma esistenziale dell’individuo non può esaurirsi in un solo giro se consideriamo uno dei simboli a cui mi sono riferito inizialmente, cioè alla spirale; né può esaurirsi con la scelta di una sola via o con il percorso di un solo tratto della vita intrapresa, se ci riferiamo al labirinto.  E non è nemmeno possibile sapere quanta strada è stata veramente percorsa se ci riferiamo alla circonferenza.  Allora la vita continua, non dico biologicamente, ma in altro modo.  Abbiamo parlato del rapporto tra finito e infinito, e se ciò che è finito tende all’infinito allora i simboli del cerchio, della spirale e del labirinto sono i segni della eternità del percorso umano.

Nella nota introduttiva che precede il poemetto in questione si parla di una Virginia (la donna del Guidi) e di una Virginia-Elena, quest’ultima morta “circa quindici anni fa a Palma di Maiorca nel corso di una gara di sci nautico”.  Si accenna ad un anello che Virginia-Elena fece pervenire come suo ricordo …

Vi sono degli incontri determinati per ciascuno di noi che entrano in relazione con momenti particolari della nostra riflessione.  Ora la coincidenza di un incontro con una donna al presente e l’incontro con l’opera di un poeta del Settecento, cioè’ con un poeta del passato, ma presente, perché l’incontro, avvenendo con la sua opera oggi, determina questo slittamento dei tempi dal Settecento al secolo nostro.

         Bene, questa coincidenza di incontri ha saldato in me una convinzione, per cui se la L’Elena di oggi ha inciso, ha determinato molta parte della mia attuale esistenza (coincidendo anche con l’opera di Alessandro Guidi), la Virginia di Alessandro Guidi deve aver operato la stessa misteriosa saldatura nel suo incontro tra il momento della ricerca del Guidi stesso e la sua conoscenza con Virginia.

         Insomma, siamo sempre in questo ritorno di vicende che finiscono col ripetersi in chiave diversa, ma sostanzialmente allo stesso modo di un Macbeth recitato in costumi moderni è totalmente diverso da quello recitato in costumi storici e tuttavia è sempre uguale a se stesso perché l’opera rappresentata è sempre quella.  Però gli attori, i registi, gli scenografi, la continuano ad interpretare, vi scoprono cose nuove, cose impensabili, che si riferiscono al presente, alla realtà delle nostre situazioni più drammatiche e anche più strane, se vogliamo.  Eppure, quest’opera, che sulla pagina scritta conserva sempre le stesse parole che al momento di essere stata scritta obbediva ad una intuizione dell’autore e che oggi, letta e riletta, continua, a modificarsi continuamente, che cos’è se non un segno evidente di continuità, di reincarnazione?

         L’anello in questione è un altro simbolo importante del mio libro.  Gioverà sapere che si tratta di un anello spezzato, il che può anche significare che il cerchio non si chiude, che c’è una interruzione.  Questa interruzione si può spiegare come punto di arrivo, come punto finale di una vicenda, ma si può anche spiegare nel senso di una soluzione più drammatica.  Qui però non posso spingermi oltre le ipotesi …

Nella tradizione poetica italiana non è facile incontrare vicende come questa, o poeti che hanno praticato o praticano l’esoterismo.  Molto ricca ne è invece la letteratura inglese.  Più in particolare, ripensando alla tua esperienza letteraria ed umana ne La ruota inchiodata, il nome che balza subito alla mente è quello del poeta irlandese William Butler Yeats: molte coincidenze, molti percorsi comuni, non dolo a livello tematico o poetico-ideologico, ma anche formale (penso alla forma del monologo per esempio).  Non ti chiedo dei tuoi rapporti con la poesia di Yeats, ma mi interessa sapere da te che cosa ti ha spinto a percorrere certi itinerari, così poco frequentati nell’ambito della nostra poesia e della nostra sensibilità?

Io sono convinto che certe esperienze troveranno un giorno, e già stanno trovando forse una spiegazione razionale e scientifica.  In particolare, quelle che attengono all’esoterismo, che pure hanno interessato straordinariamente Freud e Jung sono ricchissime di suggestioni e danno all’uomo la possibilità di muoversi nel mondo delle idee, idee non del tutto astratte perché ci sono dei momenti in cui qualcosa si concretizza, anche se ciò che si concretizza può essere solo il prodotto esclusivo del nostro desiderio e della nostra volontà.

Per tornare più concretamente al tuo libro e volendo sintetizzarne l’itinerario bisogna rilevare che tu parti, come ricerca, dai Testi Sacri (personaggi, simboli, immagini) e man mano te ne allontani per affermare lo scetticismo, a volte latente a volte esasperato, verso la religione e la predilezione di percorsi antitetici.  È giustificata questa apparente incoerenza?

Premio Nazionale di Lettere, Arte e Scienze

Non sono alla ricerca spietata della coerenza.  Però i Libri Sacri indubbiamente sono dei libri simbolici.  Le parabole, gli avvenimenti stessi che vi si narrano, hanno un valore simbolico.  Pensa un momento al popolo ebraico che per quaranta anni dimora nel deserto alla ricerca della terra promessa.  Si tratta proprio di un simbolo che ritroviamo in tutte le culture, culture tipiche dell’Oriente. I cosiddetti percorsi iniziatici, che troviamo non soltanto nella cultura indiana e nella religione indiana, ma addirittura anche nei misteri che si celebrano in Grecia e in Egitto: tutti hanno sempre indicato e indicano questi percorsi simbolici che si svolgono in un determinato tempo e che dovrebbero condurre l’uomo in un luogo definito – la terra promessa – attraverso la ricerca di ciascuno di noi. Ci sarebbe da dire anche della predicazione di Cristo, delle parabole, di ciò che egli ha detto, o ha cercato di esprimere per mezzo di simboli.  Ma qui il discorso si dilaterebbe in maniera sproporzionata.  Sono queste, comunque, delle indicazioni di un certo tipo di cultura, che in determinati ambienti si cerca di seppellire, perché tendono a darci una esatta misura dell’uomo e a proporci quella che Jacopone da Todi definiva la “smesuranza”, cioè di quello che si trova al di là dell’uomo.  Nel confronto certo noi più che perderci ci annulliamo.

Assai superficialmente si è sempre detto e creduto che il poeta viva al difuori della realtà, nel mondo delle nuvole.  Mi pare che per te la definizione si possa ugualmente applicare, ma in un’accezione diversa, ribaltata.  Leggendo il tuo libro, infatti, ci si accorge che, pur nel recupero di tutta una tradizione storica e culturale che affonda le sue radici in un passato anche remoto, esso è profondamente calato nella realtà del nostro tempo di cui esprime tutti i dubbi e le contraddizioni.  Se ti si chiedesse, dopo tutto quello che s’è detto, che cosa in definitiva hai voluto maggiormente evidenziare in questo libro, che cosa risponderesti?

Come ha scritto Manacorda, io non sono uno storico per fortuna, e quindi mi posso concedere un privilegio che lo storico degno di questo nome giustamente rifiuta, posso cioè contraddirmi, nel senso che posso rinunciare alle mie precedenti affermazioni qualora dovessi intravedere qualcosa di più certo, di più sicuro, di più rispondente alle mie aspirazioni. Quindi la contraddizione non è una colpa per chi pensa, per chi ritorna sui propri pensieri, per chi li modifica nella speranza di incontrare sé stesso.  Allora questo libro che significa?  Devo a questo punto aprire una parentesi.  Io sono convinto che ciascun poeta non si pone mai, perlomeno a livello cosciente, il problema degli altri.  Quando scrive non pensa mai ad un destinatario della sua pagina, anche se alla fine i versi tendono a muoversi nella direzione degli altri, perché vengono stampati, si concretizzano in un libro e, in questo modo, circolano e così vengono letti ed interpretati. Dunque questo libro, se ha un significato, lo ha principalmente per me, ed è la traccia del cammino che io ho percorso da una condizione spirituale che si è andata sempre più approfondendo e che va dalle Epigrafi cristiane fino a questa Ruota inchiodata; cioè da un messaggio recepito attraverso una interpretazione tradizionale che viene dal cristianesimo e che si è mosso fino a quella serie di messaggi che pure esistono nel mondo e che attendono tutti di confluire in un unico disegno che io ho tentato di ricostruire per poterlo vedere intero. E la mia fortuna è di non essere riuscito a ricomporre questo mosaico, per cui c’è uno spazio ulteriore, pressante, che è quello di cercare questo disegno nascosto per potervi posare sopra qualche altra tessera che aiuti ad interpretare il mosaico finale.

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