Parolmente

Blog di Pianella e dintorni
AttualitàPoliticaEconomia e LavoroEventi e CulturaSportSegnalazioniBacheca

LA POESIA RELIGIOSA IN ABRUZZO

Dal volume miscellaneo per il Premio Nazionale Lettere, Arte e Scienze - XXVedizione Selezione di Poesia "G. Porto" dicembre 2024.

Gabriella Serafini

Parlare di poesia religiosa, sia in lingua che in dialetto, in una terra come l’Abruzzo, ricca di riti, chiese, eremi e cattedrali, sembra addirittura doveroso, anche se essa trova sempre meno spazio nei reading poetici a meno che non siano in occasione del Natale, dei riti di questua o della Via Crucis, delle manifestazioni legate a qualche Santo Patrono o durante manifestazioni che spettacolarizzano certi usi della vita contadina in cui si intrecciano sacro e profano.

          Ma la poesia religiosa ha avuto nobili origini e sono giunti a noi laudi, orazioni, preghiere, canti e riti religiosi, nati soprattutto nell’ambito ecclesiastico, e più raramente per opera spontanea del popolo, che sono stati diffusi capillarmente, subendo nel tempo una serie di contaminazioni e di variazioni. Sicuramente era interesse della Chiesa, fin dal Concilio di Trento, diffondere il cattolicesimo nelle campagne e nei luoghi più remoti, facendo ricorso alla diffusione di preghiere, di vite di santi, di narrazioni di miracoli, di litanie, almanacchi e cantari, di immaginette sacre, di “opuscolame devozionale” di vario genere, in quanto era necessaria una mediazione tra le sublimi verità del dogma cristiano e le esigenze elementari del popolo che, non solo che non sapeva né leggere né scrivere, ma che non riusciva a capire le parole delle orazioni in latino.

          La parte più importante della poesia popolare religiosa era costituita dai canti narrativi, i quali prendevano spunto da episodi dell’antico testamento e dai vangeli, o traevano argomento da leggende agiografiche. Queste poesie cantate assumevano spesso la connotazione della lauda ed erano come una sorta di cantilena, spesso monorima, che innalzavano lodi a Dio, alla Madonna e ai Santi, destinate a un pubblico popolare di illetterati, in genere erano recitate da attori girovaghi, giullari e da frati predicatori.

          In seguito, il genere si ampliò e nacque la cosiddetta lauda drammatica, che proponeva un dialogo a più voci tra alcuni personaggi in un particolare momento della liturgia cristiana (specialmente la Passione di Cristo); non di rado vi era un accompagnamento musicale e col passare del tempo la messa in scena divenne via via più elaborata, sino a diventare un genere teatrale vero e proprio che prese il nome di sacra rappresentazione.

Questo tipo di produzione poetica e teatrale in volgare assolveva anzitutto la funzione di diffondere la parola di Dio tra i fedeli e combattere in questo modo il propagarsi delle eresie.

          Il Cantico delle creature di S. Francesco è tra i primi testi letterari in volgare e ci fornisce un esempio di lauda e cioè di poesia religiosa che ancora oggi si insegna nelle scuole.

          Un discepolo di San Francesco fu Tommaso, suo biografo, che nacque a Celano nell'Abruzzo, forse di famiglia nobile; certo fu uomo letterato ed è celebre per essere considerato il probabile autore

della sequenza Dies irae e per aver composto due Vitae di San Francesco d'Assisi, una Vita di Santa Chiara.

Still fra Vredens dag. Palladium, DK, 1943.

          Il Dies irae, cioè il giorno dell'ira (divina), è una celebre orazione in lingua latina, composta da terzine a rima piana con lo schema AAA, BBB, CCC, DDD, per implorare Dio di concedere il suffragio per tutti i defunti. Questa orazione descrive il giorno del giudizio, quando squilla la tromba che raccoglie le anime davanti al trono di Dio, dove i meritevoli saranno salvati e i malvagi condannati al fuoco eterno. Inserita nella liturgia religiosa, è stata recitata dal popolo orante fino alla generazione degli anni ’70 (la Chiesa ha abolito l’uso del latino nel 1969). Durante il periodo dedicato ai defunti, nelle chiese d'Abruzzo si ascoltava il Dies Irae, Dies Illa, che si cantava, ovviamente in latino, al cospetto di un popolo per lo più analfabeta, che, non conoscendo l'antica lingua, cantava adattando il suono delle parole al dialetto abruzzese.

          Molti di noi ricordano le preghiere delle nostre nonne che di latino avevano veramente poco perché le parole venivano pronunciate completamente cambiate. Le stesse preghiere venivano insegnate ai bambini oralmente e tutto si tramandava da una generazione all’altra. Così è capitato per il Dies irae di Tommaso da Celano. Il M° Enrico Melozzi, direttore d’orchestra e compositore, esperto di canto popolare abruzzese, ci ha trascritto ciò che la nonna gli ripeteva a memoria:

Versione tramandata oralmente nella zona teramana

Quantus tremor est futurus

Judex est venturus.

Conta scripte discussurus.

Versione originale

Quantus tremor est futurus,

quando judex est venturus,

cuncta stricte discussurus.

Anche la preghiera dell’eterno riposo ha subito la contaminazione dialettale:

Versione tramandata oralmente nella zona teramana

Requie materna donne sdomme

e lu sparpecce a tè

Requie scande ‘mpace ammènne.

Versione originale

Réquiem aetérnam dona eis, Dómine,

 et lux perpétua lúceat eis.

Requiéscant in pace.Amen

          Il Prof. Elso Simone Serpentini ha più volte ribadito che i termini dialettali, soprattutto teramani, derivano dal latino: “come se il latino stesse nascosto dietro il termine dialettale e ci facesse l’occhiolino”, ne è esempio la parola sparpè o sparpècce, volgarizzazione di lux perpetua, che nella zona di Roseto ancora oggi viene usata in dialetto in una imprecazione e che sta a significare una cosa sacra. Altro termine che nel teramano, soprattutto nelle zone interne, è diffuso è dijasille in senso metaforico ad indicare il digiuno: “ne so’ fatte de dijasille!”. In realtà li dijasille erano litanie lunghissime, in cui si passava in rassegna una serie di situazioni terrene, per poi chiedere l’intercessione dell’Al di là. Proprio a questo proposito e a sostegno di come i termini col tempo vengono assunti con significati estensibili a situazioni diverse, interessante è la traduzione / trasposizione in dialetto teramano della poesia dell’aquilano Buccio di Ranallo fatta da E. Serpentini:

Litanìje e dijasille

La case d’arsettà, le feje da maretà,

a cinque persone armbiè la panze

è puche li quatrine che m’avanze,

e li dibbete nni pozze cchiù pahà.

Je nen pozze arsponne a li litanéje,

cume facce a mantenà l’imbagne,

a fa smatte tutte chille che se lagne

‘nghe sta morre che tinghe de féje?

 Je prèhe Ddéje e tutte li sinde,

oltre che a la Madonna sande,

che je vùje bene tande e tande,

che li uàje me li live tutte quinde.

Quante ne so fatte de dijasille,

ne so fatte tinde, a mille a mille,

e angore nin pozze arduhuajà

e qua nce sta ninde da magnà.

La religiosità popolare ha avvicinato la liturgia alla sensibilità di tutti, ma a dare origine a li dijasile come una struggente giaculatoria rivolta ai defunti fu il Dies irae, Dies iIlla. Spesso le dijasillare, donne che avevano nella comunità il ruolo di declamare queste litanie, si posizionavano all’ingresso dei cimiteri per offrire i loro servigi e le loro capacità di oranti a chi lo richiedeva. Le dijasillare provenienti da Campli (Te), erano quelle più esperte e portavano di casa in casa il canto del Dies irae in versione popolare. Col passar del tempo e mutati i contesti sociali si è cominciato a recitarlo con parole slegate dal testo religioso. Nacquero così li diasille dei vivi contrapposti a quello originale dei morti. Molto nota è la versione cantata dai gruppi folk, ma quella più interessante è la filastrocca, che imperversa sui social, del Parroco di Morrodoro.

Dijasille dei Vivi

Diasille diasille testa d'asino e cote di 'nguille

disse lu predde di Pelagrille si 'stì murte ne fusse mille

se ne candere di diasille.

Chelle che more di mmalatie chelle more 'mmane a Ddije

ci s'accide ci si scanne li pridde cande tutta l'anne,

o si salva o s'adanne a li quatrini l'arcummanne.

Diasille lacrimoso si lu sinde quand'è curioso

tutti quande si vo' 'rfà lu sposo e la bbiangheria 'nze na fatte cose.

Lu patre e lu patrone come che fa sembre à rraggione,

questo è lu monne che Ddijo ci ha dato

chi magne semblice e chi salato.

Questo è lu monne che sta fatto a scale

ci lu suve e ci lu cale, questa è la legge de lu tribbunale

ci ffa bbene ritrova male.

…………….omissis………………..

          Il lavoro filologico, pazientemente esercitato dagli studiosi in campo etnografico ed etnomusicologico su fonti il più possibile dirette come le registrazioni originali, i testi scritti, i racconti tramandati da due o tre generazioni, ha dato i suoi frutti, assicurando alla memoria collettiva un patrimonio di vita e di spontanea e sincera religiosità popolare. Probabilmente tra qualche anno li dijasille sarebbero stati dimenticati per sempre e sarebbe andato perduto il loro significato. Importante è l’archivio sonoro di musica popolare abruzzese dell’Accademia Nazionale Santa Cecilia da cui sono state recuperate alcune delle orazioni e de li dijasille diffusi tra il Lazio e l’Abruzzo.

          È molto interessante anche riportare una ipotesi avanzata dal Prof. Leydi e cioè che il mondo popolare ha sentito la necessità di rendere intellegibile il testo latino “operando non già la banale traduzione in volgare del testo sacro, ma attraverso il trasferimento ad un livello diverso di codice, quello della musica”. L’azione della Chiesa fin dal tempo della Controriforma si è esplicata attraverso forme di spettacolarizzazione della liturgia. Le orazioni divennero dei canti narrativi che esprimevano il culto dei santi ispirati da vecchie leggende tramandate oralmente dalle epoche passate. Infatti Carlo Di Silvestre nella collana di etnomusicologia abruzzese, Volume V, riporta una raccolta di orazioni cantate che accompagnavano i momenti di raccoglimento durante le celebrazioni religiose tradizionali: canti devozionali, canti di questua di Sant’Antonio e della Settimana Santa. Tutte queste orazioni cantate “evidenziano il carattere non trascendente ma umano, quotidiano e domestico della religiosità tradizionale”. Da un canto narrativo per il Venerdì Santo, che si rintraccia nella zona di Farindola, riproposta dal gruppo Il Passagallo, gruppo musicale di Carlo Di Silvestre, riusciamo a capire meglio questa caratteristica che, leggermente trasformata, rimane ancora oggi negli esempi di poesia dialettale religiosa.

E mo esci Gesu’ Criste (1992)

E mo esci Gesù Criste e tutta lu monne vo’ fa’ tremà

e la Vergine Maria avanti alli pite je sa buttò.

Caro figlio mje e tu falla pe carità,

questu popele peccatore nu l’aveme da perdunà.

O matra Maria come li pozze pirdunà,

la moje e lu marite manga lu bena se li vo’.

Caro fijo mije e tu falla pe carità

Questo popele peccatore nu l’aveme da perdunà

O matra Maria come li pozze pirdunà,

li fangiulla di tre anne te li sinde d’arblastimà

……………………………omissis……………………….

          Il popolo scandiva la vita secondo un calendario agricolo dove sacro e profano si intrecciavano. Le feste religiose, i pellegrinaggi, i culti, le cerimonie religiose, mischiavano leggende a fatti miracolosi con il bisogno di propiziare un raccolto, di difendere dalle malattie e dalle intemperie, di condividere nella comunità i valori in cui si credeva.

          Gli studiosi del settore sono propensi a considerare che le feste e le ritualità che si susseguono nel corso del calendario annuale assumono connotazioni funzionali: servono cioè, di volta in volta, all’eliminazione delle negatività, alla propiziazione del bene. Questo assunto sembra valere sia per le feste e i riti profani che sacri. Come dire: la religiosità ha permesso di giungere a un senso più elevato della vita dell’uomo, ma le usanze sono rimaste. Il Natale, il Capodanno, l’Epifania, il Carnevale solennizzano la chiusura di un ciclo annuale e l’apertura di uno nuovo. Anche la Pasqua, il Calendimaggio, l’Ascensione festeggiano la fine e l’inizio di altri cambiamenti. Durante le feste le comunità si riunivano, veniva gente dai paesi vicini come in un momento di solennità. Ogni paese abruzzese aveva e ha il suo Santo Patrono di cui si raccontavano vita, morte e miracoli. Le espressioni poetiche erano trasposizione di narrazioni tramandate e spesso erano eseguite come canti recitati in rima da menestrelli, giullari, cantastorie che raccontavano, ammonivano, si raccomandavano a ritmo, accompagnati da qualche strumento a corda.

          L’Abruzzo, nonostante i cambiamenti dovuti ad una rapida trasformazione sociale e culturale, è rimasto profondamente legato alle celebrazioni di riti religiosi e usanze tradizionali della sua originaria cultura agro-pastorale. Molte usanze, vive nel passato e poi abbandonate, sono state oggi recuperate, come la Rappresentazione della Passione, mentre altre, come la Processione del Cristo Morto del Venerdì Santo, sono state sempre presenti nella religiosità popolare. Altre usanze sono invece particolari di alcuni paesi e sono legate a tradizioni molto antiche, come la “Processione Dei Talami” a Orsogna, “la Madonna che corre in piazza” a Sulmona, e il “Bongiorno” a Pianella.

          Ancora molto diffusa è la ritualità legata a Sant’Antonio con i canti di questua, le rappresentazioni del diavolo che tenta in tutti i modi il Santo, la benedizione degli animali.

Le ritualità hanno subito un processo di turisticizzazione che porta molto spesso a spettacolizzare il rito cultuale all’interno di una manifestazione nella quale l’aspetto ludico predomina, spesso, sull’evento mistico.

          Cosa è cambiato oggi nella religiosità e, soprattutto, nella spiritualità degli abruzzesi del nuovo millennio? Quanto contano oggi i valori di fede ed etica? Il multiculturalismo ha inciso anche sugli aspetti più intimi della spiritualità?

          Nel saggio Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio il professor Franco Garelli raccoglie e analizza i risultati di un’ampia indagine, quantitativa e qualitativa, su religiosità e spiritualità oggi in Italia.

          Dal libro emerge che questa è un’epoca che, anche nel campo religioso, è caratterizzata da una ricerca di senso ondivaga, che fatica a riconoscersi nelle definizioni convenzionali. Incerto e solitario, il credente di oggi sembra affidarsi a “un Dio più sperato che creduto”. La fede debole può anche rappresentare, secondo Garelli, un tratto che accomuna i credenti di ogni confessione religiosa, che “esprime la perenne difficoltà della condizione umana a rapportarsi con un grande messaggio religioso”.

          E in Abruzzo? Oramai anche la nostra regione risente dei processi di globalizzazione, pur tuttavia il passato necessariamente e prepotentemente ritorna a bussare alla porta. Oggi esiste tutta una serie di riti e credenze che nel corso del tempo hanno resistito alle ideologie, al cambiamento economico e sociale. I riti di questua o quelli legati al fuoco propiziatorio e di purificazione, come le Farchie, i Faugni, il Ciancialone, i riti legati all’acqua come per Santa Scolastica hanno proseguito il loro percorso, prima carichi di profonda devozione e poi col tempo, sempre più legati ad una forma di folklore o di attaccamento ai propri usi. Esiste anche una lezione più dotta di poesia religiosa, quella che viene scritta da poeti dialettali durante i recital e reading poetici sul Natale, sul mese dedicato alla Madonna e durante la Via Crucis. In verità dal 1979 la Settembrata Abruzzese, che annovera nel suo sodalizio di artisti anche poeti dia-lettali, ha sempre curato la poesia religiosa, ne è una documenta-zione la varietà di libri della Via Crucis in cui i poeti sono stati chia-mati a far rivivere lo spirito di autenticità della religiosità popolare, del sacrificio di Cristo nelle 14 stazioni (che Papa Wojtyla ha fatto diventare 15 con la Resurrezione) che portano al Calvario, ma anche le Peregrinatio del Prof. Mingione e le poesie per San Gabriele.

          Canto di pellegrinaggio di anonimo O caro San Gabriele della zona di Bisenti (il pellegrinaggio a piedi partiva da Bisenti fino a raggiungere Isola del Gran Sasso)

O caro san Gabrielo e ca mo ci vineme

e stu cuore te lasceremo e non ce abbandonare.

O caro San Gabrielo

E io ti chiedo lo perdone

E questu mio cuore te done.

……………….omissis………………

          Canto contemporaneo di G. Serafini La luce di San Gabriele, musica di F. Pincelli, composto per essere eseguito durante i raduni dei giovani che vivono un’intensa esperienza religiosa davanti al Santuario di San Gabriele nella Tendopoli e condividono alcuni giorni di canti e preghiere.

I Strofa

Correte correte, ridendo e suonando,

Maggio canta lode a San Gabriele.

Portate portate, ridendo e suonando

le vostre speranze dolci di miele RIT.:

Chitarre, tamurre, trombe e viuline

sunete a la luce di San Caprièle.

La pace è sotte a la muntagna nostre:

è na museche fresche di gioventù,

è n’arie chi prufume de viole,

ch’ arsane nu core senza speranze.

Chitarre, tamurre, trombe e viuline

sunete a la luce di San Caprièle.

…………omissis………………

          Riproporre certi riti, coltivare i mille modi in cui una poesia può svolgere la sua funzione religiosa è come ricercare quei tempi in cui lo stare insieme in una festa, soprattutto a carattere religioso, significava la salvaguardia dei valori della vita fatta di rispetto, di regole certe e condivise o quanto meno praticate.

          Un aspetto indiscutibile della poesia religiosa dialettale oggi è quello di aver inserito riflessioni su tematiche legate alla società contemporanea, alla difficoltà di vivere, alle violenze, ai soprusi, agli stupri, alla droga, all’individualismo, alla solitudine. Nei versi dei poeti abruzzesi che compongono poesie per eventi religiosi trapela l’esigenza del recupero dei valori autentici del cristianesimo con la consapevolezza delle contraddizioni di questa società che si definisce avanzata, ma che non è riuscita ad estirpare il male.

V stazione Via Crucis Gesù aiutato dal Cireneo di E. Talone

……..omissis…….

Mill’anne se ne va! E stu Novecente

fa poste a la luce de lu Giubbileje,

s’avessa dà na mane a ttanta ggente,

de nu, ognune a ffà lu Cireneje.

Alliggirì le pene a chi sta ‘n terre

e la visacce n’ze po’ mette ‘ngolle,

a chi la porte ‘mbacce j-om’anserre,

mentre lu cane sopre je s’accafolle.

…………..omissis………………….

          La poesia religiosa abruzzese che mai ha smesso di esistere, si è spostata su temi più intimi recuperando una carica di liricità che in passato non c’era. Con il rinnovato spirito popolare, che diventa contraltare della globalità, l’uomo di oggi ritrova “il padre” nel senso della autenticità ancestrale, e dunque di nuovo la poesia religiosa svolge la sua funzione come in passato: aiuta la gente a capire, a capirsi, a portare avanti il fardello del quotidiano vagare nel mondo.

Parolmente

Tienilo a Mente
ll Blog Parolmente.it, si propone di promuovere il territorio, attraverso la diffusione di notizie a carattere turistico, ambientale sociale, politico (apartitico) e culturale.
Contatti
parolmente@libero.it
Donazioni
Copyright © 2026 Parolmente.it All Rights Reserved
Instagram
magnifiercrossmenu