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Il dialetto lingua “sporca”? Non più

26 Agosto 2024

ELSO SIMONE SERPENTINI.

Nel 2001 Alfonso Sardella intitolò “lu languazàzze” (lingua zezza, sporca) la propria raccolta di vocaboli dialettali teramani. Chi sa perché il teramano, ma anche l’abruzzese in genere, ha sempre avuto, nel corso dei secoli, la tendenza a “ripulire” il proprio dialetto, di cui si vergognava ritenendolo una “lingua sporca”. Perciò la ripuliva, facendola rassomigliare il più possibile prima al toscano e poi all’italiano. Già nel quattrocento chi provava, in qualche documento, a scrivere il dialetto teramano, che era una lingua parlata, la ripuliva “toscaneggiandola”. Francesco Savini, il nostro maggior linguista, annota che i teramani del quattrocento non avrebbero mai detto “a lo parlare agi mesura”, così come hanno scritto sullo stemma di Casa degli Antonelli per renderlo più simile al toscano, ritenendo quest’ultimo una lingua più pulita. Non sappiamo come suonasse la frase nel dialetto parlato, ma certamente non come fu scritta, come ci rivela l’articolo “lo” che è sempre stato detto “lu”. Forse in dialetto parlato avrebbero detto: “Statte attente a parlà”, o “Bada a coma pirle”. Ancora Savini annota anche che certamente Angelo di Cola Crollo, parlando di Giosia d’Acquaviva, che la sua fazione aveva aiutato a insignorirsi di Teramo, non dovette certamente dire, come invece riporta lo storico Muzio Muzi: “Horsù basta ci sta messo, te scacciarà”. “Horsù” non era certamente una parola dialettale teramana, e “ci sta messo” sarebbe stato nel teramano parlato “te ce à messe”. Infine, un teramano non avrebbe detto “te scacciarà”, visto che il dialetto teramano è una delle pochissime lingue che non hanno il verbo futuro, supplito con il presente o con il verbo volere usato come ausiliare (non si dice “verrò”, ma “vinghe” oppure “vuje menì”. Quindi, il dialetto teramano parlato era una cosa, il dialetto scritto un’altra cosa, mischiato con il toscano. Si voleva ripulire la “lingua sporca”, come ancora facevano i nostri nonni, che sapevano parlare solo il dialetto, ma, parlando con un forestiero, per farsi capire, parlavano un misto di dialetto-italiano che presentava molti aspetti comici, alla pari dell’italo-americano dei nostri emigrati negli Usa.

Ernesto Giammarco, il maggiore dei linguisti abruzzesi, sosteneva che i dialetti abruzzesi non fossero da considerare, rispetto all’italiano, ritenuta “lingua pulita”, “lingue sporche”, cioè inferiori, come si usava dire, ma erano semmai superiori, nel senso tecnico, perché avevano continuato ad evolversi maggiormente nel proprio e particolare processo di maturazione. Non solo, sempre secondo Giammarco, i dialetti abruzzesi erano state sempre delle realtà dinamiche, capaci di adattarsi al mutare dei tempi, seguendo binari più consoni alla propria fisionomia. Questo induceva Giammarco a preconizzare un tempo in cui i dialetti abruzzesi avrebbero rivendicato una propria dignità in rapporto all’italiano. Egli scriveva che tutti in Abruzzo un giorno avrebbero parlato italiano o una forma dialettizzata di italiano, cosicché nessun abruzzese avrebbe più dovuto vergognarsi delle proprie origini e del proprio dialetto. Non si sarebbero più dovuti censurare i bambini quando parlavano il dialetto, cioè una lingua “sporca”, e non l’italiano, la lingua “pulita”, perché gli abruzzesi avrebbero parlato il dialetto non per necessità, ma per scelta, per marcare la propria identità, nella consapevolezza che il loro dialetto fosse una vera e propria lingua, con una sua nobiltà grammaticale, una sua ricchezza morfologica e sintattica e, aggiungo io, una propria letteratura. Il dialetto sarebbe tornato di moda, diceva Giammarco, nel commercio, nella gastronomia, nella pubblicità. Bene, quel tempo da lui preconizzato è arrivato, 37 anni dopo la sua morte (1987) ed è stato consacrato il 20 luglio 2024 su un grande palco posto in riva al mare, dove si è tenuto un concerto, la Notte dei Serpenti, nel quale il dialetto abruzzese, nella sua espressione musicale e popolare, con arrangiamento poppeggiante, è stato sancito e poi seguito sulla televisione nazionale da più di un milione di telespettator, più quelli che lo stanno facendo e lo faranno, in Italia e all’estero, su Rai Play.

Oggi è generalizzato un ritrovato amore per il dialetto, proprio per marcare la propria identità, e usato per scelta non per necessità, come preconizzava Giammarco, però è accaduto che, essendo il dialetto una lingua parlata, nella sua forma scritta sia stato usato solo dai poeti e dai loro appassionati lettori. Quando hanno cominciato ad usarlo quanti non sono poeti né hanno letto i poeti dialettali, la maggior parte di loro il dialetto abruzzese hanno cominciato a scriverlo senza seguire alcuna regola di trascrizione, senza vocali, soprattutto senza la “e” finale, facendolo assomigliare al dialetto veneto (nel quale si dice “vin” – una sillaba - mentre noi diciamo “vi-ne”: due sillabe), o addirittura a stringhe di codice fiscale: NNSPTTJUJALUMAR. E’ accaduto, però, che il dialetto usato oggi, nella sua forma attuale, è quasi una storpiatura dialettale di parole italiane, perché sono scomparsi nel corso del tempo molti vocaboli e di quelli usati una volta ne sono rimasti pochissimi. Già nel suo dizionario dialettale del 1881 Savini riportava una grande quantità di vocaboli, spiegandone il significato, ormai ignoto ai più, e annotando tra parentesi: “desueto”. Dal 1881 molti altri vocaboli dialettali sono diventati desueti, sono scomparsi e oggi non si conoscono più. E’ significativo un mio personale esperimento di versificazione, condotto usando per un sonetto termini dialettali teramani che già nel 1881 Savini segnalava come desueti. Sono certo che un teramano di oggi, anche colto ed esperto del dialetto, fa fatica a capire il significato.

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