
di Paride Mariotti
Alla fine del 1700,la famiglia Maturanzi di Atri era già nota per la sua ricchezza e influenza. Grazie ai legami con le famiglie Probi e Nobili, riuscì a consolidare estesi possedimenti terrieri che si estendevano tra dolci colline e fertili vallate. I Maturanzi erano grandi latifondisti e gestivano le loro proprietà con grande attenzione, affidandosi a persone fidate come Vincenzo di Gregorio, che amministrava i beni della famiglia a Loreto Aprutino. La loro posizione li rendeva figure rispettate e temute, e nelle strade del centro di Atri si parlava spesso delle loro decisioni e delle loro ricchezze.
All'inizio dell'Ottocento, per volontà della famiglia, tutti i beni passano a Ottavio Sanguidolce, nominato tutore del giovane Gaetano Maturanzi, figlio ed erede di Angela Maria Nobili. Sanguidolce non solo amministrava le proprietà, ma si impegnava a risolvere ogni contenzioso e a proteggere gli interessi della famiglia. Uomo pragmatico e deciso, percorreva con frequenza le vie polverose di Atri e Loreto Aprutino, facendo visita ai contadini e ai funzionari, pronto a citare in giudizio chiunque avesse debiti ancora insoluti.
Nel 1826 Sanguidolce si trovò coinvolto in una disputa legale per un'eredità con don Giulio Sabatini di Collecorvino. Due anni più tardi, nel 1828, cito' in giudizio la famiglia D'Amico di Loreto Aprutino per un debito di 100 ducati contratto da Zopito il 28 maggio 1798. Il prestito, mai restituito era stato concesso dal nonno di Gaetano, don Francesco Maria De Nobili, tramite il notaio Francescopaolo Vitacolonna. Con la successione dei beni di Zopito, nel 1812,il debito passò ai suoi figli:Michele, Gioacchino, Biase, Giosafat, Giustino e Clemente, e fu Michele, come capo famiglia, a cercare di far valere la prescrizione secondo la legge napoleonica del gennaio 1809.
IL tribunale, però, respinse la richiesta. I figli di Zopito e i nipoti di Biase d'Amico furono condannati a pagare i 100 ducati della cambiale, con l'aggiunta di cinque anni di interessi al sei per cento. Nonostante la sconfitta legale, la vicenda mostrava quanto i rapporti economici tra famiglie nobili e latifondisti fossero complessi e pieni di tensioni, tra prestiti, successioni e leggi in evoluzione.
A metà Ottocento, i Maturanzi lasciarono il quartiere di Santa Croce, nel cuore di Atri, per spostarsi verso la marina. Li il vento portava l'odore salmastro del mare e il paesaggio era punteggiato da dune e piccoli borghi. Sulla loro terra, che si estendeva fino alla riva, nel 1849 decisero di costruire una grande villa, con ampi giardini e terrazze che guardavano il mare. Questa residenza, insieme alla vicina villa Filiani, divenne presto uno dei simboli della nascente Pineto, testimone della ricchezza e del prestigio della famiglia e del loro legame profondo con la terra e il mare abruzzese.















