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Intervista di Diego Troiano a Paolo Diodato

30 Luglio 2025

Paolo Diodato nasce a Pescara nel 1998. Dopo essersi diplomato presso l’Istituto Tito Acerbo, si laurea in Scienze e tecniche psicologiche nel 2021, anno in cui comincia a frequentare il corso di Fumetto presso la Scuola Internazionale di Comics di Pescara. Nel 2024 si diploma e comincia un anno di Servizio Civile nel settore cultura a Pianella.

Perché hai scelto il fumetto come mezzo espressivo?

Quello che più mi interessa del fare fumetti è ragionare sul modo in cui raccontare le storie, cioè lo storytelling. Il fumetto si differenzia dalle altre arti perché è narrazione per immagini, <<arte sequenziale>> per citare Will Eisner. La sua forza espressiva non sta quindi nelle singole immagini, ma nella successione di esse e di come sono in comunicazione tra loro. Per questo probabilmente l’arte che gli è più affine non è l’illustrazione o la letteratura, bensì il cinema, perché anch’esso narra per immagini. Ma se il cinema utilizza dei fotogrammi che, scorrendo ad una velocità straordinaria, danno l’illusione del movimento, nei fumetti ogni singola immagine è lì, immutabile, eterna, ma allo stesso tempo è anche il piccolo pezzo di un grande puzzle che il lettore è chiamato a comporre. Un bravo narratore di fumetti deve quindi agevolare il lettore nel compito di aggiungere mentalmente tutto ciò che sta accadendo nello spazio bianco, ovvero tra una vignetta e l’altra. Tuttavia questo non significa rinunciare alla ricerca di soluzioni originali nel raccontare le storie: è anzi stimolante indagare sulle varie possibilità, purché siano al servizio del racconto.

Come realizzi una storia a fumetti? Come la racconti?

Non sono un fumettista “istintivo” e prima di cominciare una storia devo sapere nei minimi particolari tutto quello che accadrà, come accadrà, il numero delle pagine, i dialoghi, eccetera. Comincio quindi a scrivere una sceneggiatura e contemporaneamente realizzo delle veloci bozze che mi sono utili a visualizzare gli ingombri e la composizione. Mentre faccio questo ragiono anche sul ritmo che avrà la storia. Quando dilatare il tempo? E quando velocizzarlo? Al di là dello stile narrativo personale, l’importante è essere funzionali al racconto. Stesso discorso per la regia: il mio punto di vista coincide con lo sguardo del lettore, per cui ogni scelta deve rispondere alle domande: cosa deve vedere il lettore? Cosa deve provare? Finite le bozze passo al disegno dei layout, cioè le “brutte copie” di quelle che saranno le tavole finali. In questa fase è fondamentale amalgamare testi e immagini in modo coerente ed armonioso, sia a livello compositivo, sia allo scopo di rendere la lettura comprensibile. Successivamente disegno a matita le tavole definitive su fogli A3, per poi inchiostrare a china il tutto con pennello e pennarelli. Infine aggiungo in digitale le nuvolette con i dialoghi.

Quali sono i tuoi punti di riferimento nel fumetto?

Quando frequentavo il primo anno del corso di Fumetto, dal punto di vista del segno ero maggiormente influenzato da disegnatori americani realistici come Neal Adams e John Buscema, ma successivamente mi sono avvicinato ad autori a linea chiara, ovvero caratterizzati da un segno grafico, pulito e privo di ombreggiature. Ero attirato dalle opere di Moebius, che considero mio maestro anche per le storie visionarie che realizzava, libere da schemi razionali, “a forma di elefante” come le definiva lui. Ma in particolar modo riprendo da lui l’uso del tratteggio volumetrico allo scopo di rendere i miei disegni il meno piatti possibile. Amo molto anche Milo Manara, soprattutto le sue prime storie, dove è notevolmente influenzato da Moebius, ma è comunque già riconoscibilissimo (così come lo sono le sue donne). Per quanto riguarda lo storytelling, la mia base è riconducibile a Master Race di Bernie Krigstein, la storia che ha definito la grammatica del fumetto americano. La dilatazione del tempo tramite l’uso della camera fissa ed il ritmo dato dal montaggio alternato saranno ripresi e aggiornati da Jim Steranko e da Frank Miller, anch’essi autori per me fondamentali. Parlando invece della sceneggiatura, Will Eisner è tra i miei scrittori preferiti (anche disegnatori in realtà) soprattutto per la grande umanità che conferisce ai suoi personaggi. È notevole di Eisner anche la sua abilità nel raccontare sia storie brevi (come quelle di Spirit) sia storie di ampio respiro (come i suoi graphic novel a partire da Contratto con Dio). Di enorme ispirazione sono anche il già citato Frank Miller per le tematiche socio-politiche e per i dialoghi hard boiled, J.M. DeMatteis per il flusso di coscienza e l’introspezione psicologica, e tanti altri ancora.

Oltre il fumetto quali sono le fonti di ispirazione che utilizzi nel tuo lavoro?

Il cinema è l’arte più simile al fumetto e mi offre continuamente spunti e idee. Il regista che mi ha maggiormente influenzato è Sam Peckinpah per l’uso del montaggio alternato e del rallenty, specialmente nel suo capolavoro Il mucchio selvaggio. Credo che la sua influenza si avverta nella storia Contratto fatale (esposta in mostra), dove il montaggio alternato e la dilatazione del tempo servono ad aumentare l’effetto drammatico di quello che sta succedendo. Anche Alfred Hitchcock è importantissimo per me sia per la regia che per le tematiche dei suoi film. Nella storia Ada (esposta in mostra)ad esempio c’è una vignetta a pagina 3 ripresa da una scena de La signora scompare, un’inquadratura dal basso atta a dare importanza a degli oggetti in primo piano. Al di là del cinema, ci sono vari pittori e illustratori che mi ispirano. Mi piace molto il periodo religioso di Salvador Dalì e le incisioni di Gustave Dorè, il cui tratteggio oltretutto è stato di ispirazione a tanti fumettisti che amo, come Moebius o Bernie Wrightson.

Cosa vedremo in questa mostra che ci presenti qui a Pianella?

Ci sono le tavole originali di due storie da 8 pagine che fanno parte di un albo autoprodotto intitolato Scanner. La prima si chiama Contratto fatale ed è una storia di genere noir dove tutti i personaggi sono mostruosi o deformi (idea presa in prestito dal Dick Tracy di Chester Gould). È una storia dal ritmo lento che alterna tre linee temporali diverse e dove i dialoghi sono ridotti all’osso. Eros e Thanatos la fanno da padrone, ma è anche presente una sottile ironia nel finale. La seconda storia si chiama Ada ed a differenza di Contratto fatale è una storia più narrativa, con molti più dialoghi ed un ritmo più veloce. L’idea di Ada è nata dopo alcune letture di fumetti horror, ma anche dopo la lettura dei saggi sulla Psicomagia di Alejandro Jodorowsky, dove non sono rare le descrizioni di malattie causate da figure genitoriali autoritarie e repressive.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Realizzare altre storie e continuare con l’autoproduzione finché non mi sentirò pronto a propormi ad un vero editore.

Paolo Diodato (Foto Nino Masciovecchio)

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