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La colonnetta a Chieti

ANTONIO MEZZANOTTE

Quali sono stati i primi luoghi identitari della piana alluvionale posta al di sotto del colle di Chieti? La domanda non è peregrina e rispondere richiede uno sforzo tutto sommato accettabile, in considerazione di un dato incontrovertibile: fino agli inizi del sec. XIX (è sufficiente osservare l'atlante geografico Rizzi Zannoni del 1808 per averne un'idea), quella piana profumava di grano, di orti, di sambuchi e di canneti, in altre parole essa era una fertile campagna, limitata ad occidente dalle limpide acque della Pescara, ad oriente dalle scoscese pendici del Colle teatino (sulle cui primissime propaggini era situata la chiesetta di San Fele), a settentrione dall'altura su cui fin da tempi remoti era stata edificata la chiesa di San Giovanni, poi divenuta l'attuale Madonna della Catena (o delle Piane), punto nevralgico di passaggio tra l'area vestina e la città di Chieti a mezzo della scafa di Villanova, a mezzogiorno dal Tratturo Magno, che attraversava il fiume in corrispondenza dell'odierno Ponte delle Fascine e della scafa o "barca da capo", e da quel grande casale che nel corso del secolo diverrà Villa Mezzanotte con la chiesetta rurale di Santa Filomena, edificata in seguito nel 1838 (ma si potrebbe ragionare su una presenza cultuale più risalente). All'evidenza, quel che mancava era una strada di collegamento diretto tra la città e la propria pianura. Fu così che subito dopo la restaurazione con Ferdinando I, Re delle Due Sicilie, nel 1816 l'Intendente della Provincia, Giuseppe Caracciolo, marchese di Sant'Agapito, ebbe la felice idea di realizzare quel collegamento e, scartate varie altre proposte, affidò ad Eugenio Michitelli, teramano, ingegnere di prima classe del Corpo Reale di Ponti e Strade e lavori d'Acque (il Genio Civile dell'epoca), il compito di progettare e dirigere i lavori per un tracciato stradale che, partendo dalla chiesa della Madonna degli Angeli (ossia dalla piana degli Asini, come viene ancora ricordata nella tradizione orale, storpiando nella pronuncia e nel significato il riferimento all'antica ed illustre gens Asinia), costeggiando il crinale che scende parallelo al Fosso Santa Chiara, andasse verso la pianura sottostante. L'impresa appaltatrice fu quella di Carlo Petrini (quando parliamo di lavori per una nuova strada in quei tempi vuol dire dar di zappa e bidente, con tanti uomini coinvolti), ed in capo a due anni (primi mesi del 1818) la traversa era stata realizzata al costo di 18mila ducati. Per celebrare l'evento, il Caracciolo fece innalzare una colonna all'incrocio della nuova strada con la via di fondovalle, la medievale Strada Salara, che ormai già nel decennio francese aveva acquistato il ruolo che nei tempi passati aveva avuto la consolare Claudia Valeria che saliva a Chieti. Il disegno del monumento è dello stesso Ing. Michitelli che aveva progettato la strada, chi lo realizzò fu lo scalpellino Evangelista Gizzarelli da Pescocostanzo, residente in Lettomanoppello e proprio di pietra bianca della Majella è costituito il cippo lapideo.Esso si compone di un basamento a gradoni dal quale si eleva un cilindro, sulla cui sommità è posto un prisma esagonale, che a sua volta funge da base di altro prisma, dalle dimensioni ridotte, sormontato da una sfera. Nelle raccolte di epigrammi teatini di Gennaro Ravizza sono riportate ben tre iscrizioni in latino fatte incidere nel 1818 a ricordo dell'apertura della strada e della sua importanza: una prima composta dal cavalier Francesco Maria Avellino, una seconda da Giuseppe Castaldi, giudice della Gran Corte Civile di Napoli, ed una terza, a nome dell'intera cittadinanza teatina, apposta su una piramide, non è chiaro se trattasi di altro cippo ovvero se si allude ad una parte di questo monumento non più esistente (ad oggi non resta alcuna iscrizione, ma considerato che si dispone dei testi - che allego in foto - dette scritte potrebbero essere in qualche modo riprodotte e ricollocate, ad esempio su un pannello esplicativo, posto nell'adiacente piazza, che valorizzi il monumento). Ma v'è di più.La presenza di un collegamento diretto con la Città suggerì nel 1873 la costruzione della Stazione ferroviaria proprio in prossimità di quell'incrocio segnato dalla "colonnetta"; da lì prese avvio un irrefrenabile sviluppo urbanistico che portò nel corso dei decenni successivi alla crescita dell'odierna Chieti Scalo. Ragionevoli limiti dettati dalla natura domenicale di questo post suggeriscono di fermarmi qui, ma quel che rileva è che il cippo di pietra bianca, quella "colonnetta" che ha dato nome alla principale strada di collegamento tra la Stazione ferroviaria e la Città sul colle, è punto identitario di Chieti Scalo e dovrebbe essere ripulita, valorizzata, tenuta da conto, considerato che gran parte della fortuna espansiva di questo luogo deriva proprio dall'avveniristica intuizione viaria del marchese Caracciolo di Sant'Agapito.
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