
ANTONIO MEZZANOTTE
Oggi ospitiamo il Capitano dei Carabinieri Chiaffredo Bergia, conosciuto come “il distruggitore dei briganti” ovvero “l’eroe degli Abruzzi”.
D: Capitano Bergia, prima di diventare l’uomo d’azione che l’Italia intera ha conosciuto, lei era un ragazzo della provincia di Cuneo, nato a Paesana nel 1840. Che cosa c’era nella sua vita prima di indossare la divisa?
R: C’era la terra e la fame. Io vengo da una famiglia di poverissimi contadini, gente che spaccava la schiena per strappare un pezzo di pane alle pendici del Monviso. Da ragazzo non ho avuto il privilegio di studiare: ero analfabeta, non sapevo né leggere né scrivere, e l’unica lingua che parlavo era il mio dialetto piemontese. La mia giovinezza è stata fatta di pascoli, fatica e orizzonti stretti. Se fossi rimasto lì, il mio destino sarebbe stato identico a quello di mio padre e dei miei nonni. Ma io cercavo un riscatto, una via d’uscita da quella miseria che sembrava una condanna a vita. All’età di quindici anni sono emigrato in Francia e tra un lavoro e l’altro ho imparato a leggere, scrivere e far di conto, da autodidatta.
D: E quella via d’uscita si chiamava Arma dei Carabinieri Reali. Come ci è arrivato?
R: A vent’anni, nel 1860, decisi di arruolarmi nei Carabinieri. Per un ragazzo come me, la divisa non era solo un lavoro, era un passaporto per il mondo e l’occasione di diventare qualcuno. Quando l’Italia si unificò e ci fu bisogno di uomini determinati da mandare al fronte della guerriglia meridionale, io ero pronto.
D: Lei, quindi, arriva in Abruzzo subito dopo l’Unità d’Italia. Che regione trova?
R: Trovo una terra antica, bellissima e ferita, racchiusa dentro confini fatti di montagne invalicabili. Ma soprattutto trovo una miseria cupa, che noi in Piemonte non potevamo nemmeno immaginare. I paesi abruzzesi dell’epoca – penso a Scanno, Campotosto, Pescasseroli, o ai borghi sperduti del Vastese come Lentella, Dogliola, Furci – erano mondi difficili da raggiungere. Non c’erano strade, solo tratturi e mulattiere. La gente viveva ammassata in case di pietra umide, falciata dalle febbri e dalla fame. L’economia era solo pastorizia e una terra avara che apparteneva a pochi galantuomini. Quando i Borbone caddero e arrivò l’Italia, quella povera gente si aspettava la terra, la fine dei soprusi. Invece arrivò la leva obbligatoria che toglieva braccia ai campi, poi la tassa sul macinato. Il malcontento era una polveriera. Il brigantaggio post-unitario non è nato dal nulla: ha tratto fiato da quel vuoto, foraggiato dall’oro borbonico e papale che soffiava sul fuoco della disperazione.
D: E in questa polveriera lo Stato manda i Carabinieri Reali. Como si presidia un territorio così ostile?
R: Con una fatica disumana, ve lo assicuro. All’inizio eravamo visti come stranieri, parlavamo un dialetto che non comprendevano, ci chiamavano “i piemontesi”. Lo Stato capì che per battere il brigantaggio non bastavano le grandi colonne dell’esercito, che si muovevano lente e facevano rumore. Serviva capillarità. Fu allora che iniziammo a piantare le prime Stazioni dei Carabinieri fin nei luoghi più remoti e isolati della regione, arrampicati sui crinali della Val di Sangro o sui passi dell’Aquilano. Quattro o cinque uomini lasciati in una stanzetta umida, con l’ordine di vigilare giorno e notte. Mangiavamo quello che c’era, dormivamo con un occhio aperto. Abbiamo dovuto mappare ogni grotta, ogni fontanile, imparare a muoverci sui sentieri che solo i pastori conoscevano. Il nostro compito non era solo reprimere, era far vedere che la legge dello Stato arrivava dove prima c’era solo la legge del più forte.
D: La chiamavano il “distruggitore di briganti”, da un saggio di Francesco Figurelli, ma lei non era un soldato da trincea. Lei era un investigatore, un uomo d’azione che usava l’astuzia. Spesso ricorreva ai travestimenti. Ci racconta l’azione contro i Pomponio nel Vastese?
R: I briganti non si prendono marciando al rullo del tamburo. Bande come quella di Pomponio e D’Alena terrorizzavano il Chietino, erano sanguinarie e godevano di una rete di manutengoli, i complici locali, spaventati o compiacenti. Nel settembre del 1870 capii che dovevo giocare secondo le loro regole. Mi tolsi la divisa. Mi vestii con panni sporchi, il cappellaccio, fingendomi un povero contadino rimasto senza nulla. È così che siamo riusciti a infiltrarci per i boschi di Dogliola e Furci. Li abbiamo stanati nel loro rifugio, cogliendoli di sorpresa dove si sentivano sicuri. Se ti mostri in divisa, il bosco ha mille occhi che ti vedono e avvisano il latitante. Se diventi parte del paesaggio, il latitante diventa la tua preda.
D: A proposito del Vastese, c’è un paese che per lei è stato una vera e propria base strategica, oltre che il palcoscenico di uno dei suoi colpi teatrali più riusciti: San Buono. È vero che da comandante di quella Stazione ha firmato una delle sue imprese più incredibili usando la disinformazione?
R: San Buono... che ricordi. Sì, venni destinato al comando di quella Stazione proprio nel momento più caldo della caccia ai fratelli Pomponio e a D’Alena. Quel territorio, tra le valli del Treste e del Sinello, era un labirinto di boschi e calanchi, e i briganti vi si muovevano come fantasmi perché avevano occhi e orecchie ovunque. Ogni mossa che facevamo dalla caserma veniva segnalata dai manutengoli nel giro di pochi minuti. Capii subito che, per prenderli, dovevo prima di tutto ingannare il paese. Misi in scena una commedia. Appena preso il comando a San Buono, feci spargere ad arte la voce che ero stato trasferito d’urgenza altrove, che me ne andavo via, sconfitto da quelle montagne. Una messinscena totale, con tanto di bagagli. I finti informatori corsero subito a riferire alla banda che il “piemontese” aveva levato le tende e che la via era libera. Invece, non appena scese il buio, mi infilai nei boschi con quattro dei miei carabinieri più fidati. Camminammo nel silenzio più assoluto, di notte, fino a Dogliola, appostandoci lungo il Trigno. I briganti, sicuri che io fossi ormai lontano da San Buono, si mossero allo scoperto e ci caddero dritti tra le mani. Fu il colpo che spezzò la banda, e mi valse la Medaglia d’Oro.
D: Eppure, nonostante la durezza di quella caccia, lei a San Buono ha lasciato anche un ricordo di profonda umanità. C’è quella famosa lettera del novembre 1870...
R: Sì, il 6 novembre 1870 presi la penna e scrissi al mio Comandante di Circondario. Firmai proprio così: «Il comandante della stazione, Bergia». Lo Stato mi aveva assegnato un premio in denaro, 50 lire, per la distruzione della banda Pomponio. Erano soldi che avrebbero fatto comodo a chiunque, ma io avevo visto troppo dolore in quella terra. Chiesi di devolvere quella somma ai poveri di Lentella, ai terremotati della Calabria e agli asili infantili di Chieti e Torino. Vede, combattere il brigantaggio a San Buono mi ha insegnato che l’Arma non doveva essere solo il braccio armato della legge, ma anche il primo avamposto di uno Stato che sa essere giusto e generoso con chi soffre.
D: E a Scanno? Lì lei è diventato quasi una leggenda, le hanno dato persino la cittadinanza onoraria. Lì c’era la banda Tamburrini.
R: Scanno è nel mio cuore, una perla incastonata nella roccia, ma all’epoca le sue montagne erano un inferno di macchie e dirupi. Nell’aprile del 1863 affrontammo la banda Tamburrini proprio sulle alture selvagge attorno al paese. Fu un corpo a corpo violento, tra le rocce, dove il coraggio individuale faceva la differenza tra la vita e la morte. Ma l’azione che forse ricordo con più orgoglio fu la cattura di Croce di Tola, nel maggio del 1871. Quella operazione spezzò definitivamente la schiena al grande brigantaggio nell’Alta Val di Sangro.
D: Fu destinato anche a Campotosto…
R: Si, nel 1868 a Macchia Carasale, ci fu lo scontro con il brigante Palombieri, che aveva intenzione di assaltare il paese di Fano Adriano. Finì in un conflitto a fuoco ravvicinato: o io o lui. Rimase a terra lui.
D: C’è un aneddoto quasi cinematografico che si racconta su di lei a San Salvo, nell’ottobre del 1871, durante la caccia al bandito Giuseppe Delle Donne. C’entra della polenta, è vero?
R: Ah, la polenta! Sì, è vero. La caccia a Delle Donne era estenuante. Riuscii a localizzarlo in una grotta nei pressi di Lentella, grazie a una soffiata. Entrai fingendomi un mendicante affamato, lacrimando e implorando la donna del bandito di darmi qualcosa da mettere sotto i denti. Quella, mossa a compassione, mi tese una zuppiera di polenta fumante, appena scodellata. Delle Donne era seduto lì vicino, con le armi a portata di mano, diffidente. Con un movimento fulmineo presi la zuppiera e gliela scaraventai dritta in faccia. Il calore e la sorpresa lo accecarono per quei pochi secondi necessari. Gli saltai addosso, ci fu una lotta furibonda sul pavimento, ma riuscii a disarmarlo e a mettergli i ferri prima che potesse sparare. Il Consiglio Comunale di San Salvo mi fece persino un encomio ufficiale per quel pezzo di teatro.
D: Guardandosi indietro, Capitano, il brigantaggio è stato davvero solo una pagina di criminalità o qualcos’altro?
R: Nessuno scontro è mai bianco o nero. Molti di quelli a cui ho dato la caccia erano assassini spietati, violentatori che non avevano pietà dei loro stessi conterranei. Ma non ho mai dimenticato che alla radice di tutto c’era l’ingiustizia di un mondo che cambiava lasciando indietro i più deboli. Noi Carabinieri eravamo lì per difendere lo Stato e l’ordine, ma l’ordine si costruisce anche dando dignità. Quando vedevo nascere le prime scuole nei paesi dove avevamo aperto le stazioni, quando vedevo arrivare i primi telegrafi o le prime strade carrozzabili, capivo che il nostro sacrificio non era stato inutile. Abbiamo tolto il fucile dalle mani dei briganti, sì, ma la vera vittoria è stata quando lo Stato ha iniziato a portare il pane e l’istruzione in quelle valli oppresse da miseria e sopraffazione.
D: Capitano, per concludere, dopo questa carrellata di azioni strepitose e soprattutto rischiose, che sono soltanto alcune di quelle da lei affrontate con sprezzo del pericolo e oculata strategia, se potesse parlare ai giovani abruzzesi dei paesi dove lei ha combattuto, che cosa direbbe loro?
R: Tenete strette le vostre radici. Quelle montagne che per noi erano trappole, per voi sono casa. La libertà non è un regalo ma un cammino. Ieri lo facevamo con la mantellina e il fucile, oggi con lo studio e il lavoro. E ricordatevi una cosa: nessun paese è piccolo, se ha dignità. Io ho visto l’Abruzzo nel suo momento più buio e già allora brillava la forza che lo avrebbe salvato. Non spegnetela.
















