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“LE INTERVISTE IMPOSSIBILI DI MEZZANOTTE ” LA RIVOLUZIONE DELLA MISERICORDIA: DIALOGO CON CELESTINO V

ANTONIO MEZZANOTTE

Oggi la nostra penna si spinge oltre i secoli per incontrare una delle figure più affascinanti, fraintese e spiritualmente dirompenti del Medioevo: Pietro Angelerio, asceso al soglio pontificio nel 1294 con il nome di Celestino V e tornato, dopo il celebre gran rifiuto, alla nuda essenza del saio eremitico. Tra i ricordi del conclave di Perugia, i complessi rapporti con i potenti dell’epoca e l’eredità eterna della Perdonanza aquilana, la voce del Santo del Morrone torna a parlare al nostro tempo con un linguaggio solenne, arcaico e dal profondo sapore di montagna.

D: «Santità, o converrà chiamarvi Fra Pietro? Ritrovarsi di fronte a colui che vestì il sacro manto per poi ritornare al ruvido saio è vicenda di gran meraviglia e tremore. Per qual cagione accettaste la tiara nell’anno del Signore 1294, poscia che ’l conclave rimase vacante e diviso per oltre due anni?»

R: «Chiamami Pietro, figlio mio. Quel nome pontificale fu breve e affannoso travaglio, una procella calata su chi altro non cercava se non la solitudine del Morrone e ’l silenzio della preghiera. Per qual cagione accettai? I cardinali giacevano bloccati in Perugia, prigionieri delle carneficine di famiglia e dei livori tra la schiatta degli Orsini e quella dei Colonna, del tutto sordi alle piaghe della Cristianità. Inviai loro una lettera di severo monito, minacciando il giudizio di Dio e l’ira divina ove non avessero dato pastore al gregge smarrito. La risposta del Sacro Collegio fu l’elezione di me, vecchio romito ottuagenario, ignaro di cose di palazzo. Giudicai fosse supremo volere del Cielo per mondare la Sposa di Cristo dalle sue troppe brutture. M’ingannai sulla mia idoneità al governo, non già sulla necessità di quella purificazione.»

D: «La Curia romana e i potenti di quel tempo si mostrarono scoglio assai periglioso per la vostra candida fede. Qual memoria conservate di re Carlo II d’Angiò e del cardinal Benedetto Caetani, che fu poi papa Bonifacio?»

R: «Re Carlo vedeva nella mia semplicità d’animo un utile strumento per i suoi calcoli di corona; volle trasferir la mia sede in Napoli, circondandomi di cortigiani e piegando la Sede Apostolica ai suoi secolari interessi. Io soffrivo, avvezzo alle pietre e al vento, recluso nel Castel Nuovo. Quanto al Caetani... venne detto da molti ch’egli fu demonio insidioso, colui che mi tese il tranello del gran rifiuto. La veritate è più complessa. Benedetto era giurista di gran dottrina, uomo d’ordine e di fermo piglio. Quando intesi che la mia manifesta inattitudine a reggere la macchina curiale recava gravissimo detrimento alle anime e grave scandalo nella Chiesa, fu desso a rassicurarmi sulla canonica validità della rinuncia. Il mio gesto non mosse da viltade, come taluni malevoli leggono quanto poi scrisse quello speziale fiorentino, ghibellin fuggiasco, ma da puro desiderio di non far danno al gregge e di metter in salvo la mia anima, prima che la vanagloria mi divorasse.»

D: «Giungiamo al vostro supremo dono: la Bolla del Perdono, la “Inter sanctorum solemnia”, promulgata in Aquila il dì della vostra incoronazione nella basilica di Collemaggio. Qual senso v’era allora e qual virtù vi scorgete per i nostri tempi così tribolati?»

R: «Fu una santa e inaudita rivoluzione. I potenti del tempo vendevano le indulgenze per denari o le concedevano solo ai crociati in armi. Io volli spalancare la porta del perdono a tutti: concedere la remissione piena di ogni colpa e pena a chiunque, ogni anno, contrito e confessato, entrasse a Santa Maria di Collemaggio tra i vespri della vigilia di San Giovanni e i vespri immediatamente seguenti a quella festività. Niente monete, niente tributi, nessuna distinzione tra magnati e popolani, tra potenti e mendicanti. Era la gratuita e infinita misericordia di Dio donata a ciascuno. Oggi quell’atto parla con forza immutata: in un secolo in cui l’uomo non sa più perdonare, serba rancore eterno e usa l’errore dell’altro come un’arma, quella Bolla rammenta che il perdono è la sola via che spezza le catene del male. È il primo vero Giubileo della storia, nato non per accrescer terreno potere, ma per sciogliere le anime da ogni laccio.»

D: «Prima di lasciarci, il nostro pensiero torna a questa terra d’Abruzzo che vi fu nido e rifugio: il Morrone, la Majella, gli eremi scavati nella roccia viva. Quale legame vi unisce ancora alle nostre montagne, spesso dispregiate e offese dalla vanità del mondo?»

R: «L’Abruzzo non è soltanto una regione di terra e di pietra, ma un’attitudine dello spirito. Su quelle alture, tra le gole scoscese e le nevi del Morrone e della Majella, io ho imparato la lezione più alta: la maestà del Creatore risplende dove l’uomo si fa piccolo e tace. Quelle grotte nude e impervie non erano prigioni, ma porte aperte sul Cielo. Nelle mie montagne l’anima spoglia ogni orpello, ritrova il pane essenziale della fede e la vera misura dell’esistenza. A chi vive in quella amata terra e a chiunque cerchi pace, dico: custodite il silenzio dei vostri monti, non svendete la rugosa fiera semplicità dei vostri padri per le lusinghe fugaci delle città. È nelle vette nude che l’Uomo impara ad alzare lo sguardo e ad avvicinarsi a Dio.»

D: «Guardando a questo nostro tempo presente, denso di guerre, superbia, parole d’odio e aspre contese tra i popoli, qual parola volete affidare a chi leggerà queste pagine?»

R: «Il mondo non s’acqueta con la forza delle spade, né con l’astuzia de’ parlari o la cupidigia dei mercatanti. Troppo odio io scorgo nelle vostre città, troppa vanagloria e poca caritate. Il mio accorato conforto per voi è questo: disarmate i vostri cuori. Deponete l’alterezza delle vostre ragioni indiscutibili, cercate la pace e la riconciliazione col vostro prossimo prima che cali la notte. La vera beatitudine non nasce dal dominare altrui, bensì dal silenzio dell’anima e dalla capacità di perdonare chi vi ha offeso. Chiedetevi ogni giorno non già quali beni terreni la bramosia vi spinga ad accumulare, ma a quale vanità o risentimento possiate rinunciare per essere veracemente liberi in Cristo.»

D: «Pietro, il nostro tempo volge al termine. Vi ringrazio di cuore per avermi concesso questa intervista impossibile e per la grazia di queste parole, che risuonano come una benedizione d’antica memoria.»

R: «Che la pace del Signore accompagni te e chiunque leggerà queste mie povere note. Va’ in pace e non dimenticare di cercare la luce nel silenzio.»

(Accompagna questa intervista il ritratto di san Pietro Celestino, dipinto di Giulio Cesare Bedeschini, 1613, conservato nel MUNDA a L'Aquila)

ANTONIO

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